COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 8.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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50. Glenn Miller.
51. Il Triangolo delle Bermude.
52. La cometa di Velikovsky.
53. UFO: oggetti volanti non identificati.
54. Sincronicità o “pura coincidenza”?
55. La combustione umana spontanea.
56. I re del mare del 6000 a.C.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 50.
GLENN MILLER.

L'inspiegabile scomparsa di un direttore d'orchestra.
Il 24 dicembre del 1944 una notizia ufficiale segnalava che
«il maggiore Alton Glenn Miller, direttore della celeberrima
banda musicale delle forze armate
degli Stati Uniti d'America, atteso a Parigi, era disperso nel corso del
volo Londra-Parigi. Dell'aereo su cui viaggiava come passeggero e che aveva
lasciato l'Inghilterra il 15 dicembre non si avevano più notizie dal momento
del decollo».
La scalata al successo di Glenn Miller non era stata facile. Nato a Clarinda,
nell'Iowa, nel marzo del 1904, a tredici anni aveva imparato a suonare la
tromba e si era pagato gli studi all'Università del Colorado suonando in piccole
orchestrine. A vent'anni era entrato nella band di Ben Pollack e nei dieci
anni seguenti si era fatto un nome a New York come arrangiatore e valente
trombettista suonando con Red Nichols, Smith Ballew e i fratelli Dorsey.
Un'orchestra da ballo messa in piedi nel 1934 per Ray Noble aveva fatto furore
alla radio, mentre la band che Miller aveva formato di sua iniziativa non
aveva avuto successo. Un secondo tentativo, organizzato l'anno dopo, non
era andato meglio.
Il punto di svolta si era verificato nel 1939, quando la sua orchestra si era
esibita in un sobborgo di New York al Glen Island Casino e la gente si era entusiasmata
alla musica di Glenn Miller, nuova, diversa, trascinante, con quegli
ottoni dolci, morbidi, quasi mielosi. La partecipazione a molti programmi
radiofonici aveva diffuso il nuovo stile in tutto il paese e in breve Miller era
diventato un uomo ricco. Pur non essendo dotato della genialità musicale di
altri grandi del tempo - come, per esempio, Benny Goodman,
Duke Ellington e Count Basie - “la fluida ricchezza” di brani
come Moonlight Serenade
lo trasformarono nel preferito della classe media americana; mentre altri pezzi
“caldi”, come In thè Mood o Tuxedo Junction lo rendevano altrettanto gradito
alle nuove generazioni che stavano imparando a ballare. Hollywood lo
aveva chiamato e qui Miller aveva girato due film, Orchestra Wives (1941) e
Sun Valley Serenade (1942). In questo periodo aveva conosciuto l'attore inglese
David Niven, un'amicizia che, come vedremo, giocò senza dubbio un
ruolo non indifferente nella misteriosa scomparsa di Miller.
Nel 1942, come segno di attaccamento alla patria, Miller si era unito alle
forze armate. Qui aveva immediatamente organizzato una band il cui compito
sarebbe stato quello di intrattenere i soldati all'estero. Venne spedito a
Londra. La stessa scelta era stata fatta da Niven, ma,
ovviamente, nell'esercito inglese. Dal momento che Niven
possedeva una personalità notevole e
capacità organizzative di prim'ordine, gli era stato assegnato il compito di
predisporre gli intrattenimenti per lo svago delle truppe, e fra le altre iniziative
si era trovato a organizzare anche la venuta di Miller e della sua band. In
altre parole, si può dire che Niven fosse l'impresario di Miller. La persona incaricata
di studiare in dettaglio il piano del tour di Miller - gli hotel dove alloggiare,
il viaggio e i trasferimenti - era al momento il luogotenente Don
Haynes, già suo agente, anche lui arruolato nell'Aeronautica americana.
Nel 1944 Niven organizzò un tour di sei settimane per la band di Miller, che
avrebbe dovuto iniziare il 16 dicembre. Il gruppo avrebbe dovuto raggiungere
Parigi in quel giorno. Ma il 12 dicembre - stando a quanto Haynes ebbe
poi a raccontare - mentre lui e Miller stavano rientrando nel loro hotel londinese,
Miller aveva comunicato all'impresario e amico l'intenzione di anticipare
la partenza di un giorno, dovendo partecipare a un ricevimento cui teneva
molto. Al che Haynes gli aveva preannunciato che gli avrebbe prenotato
un volo dall'aeroporto della RAF di Bovingdon, a nordovest di Londra, lo scalo adibito ai voli diretti in continente.
Il giorno dopo, il 13 dicembre, Haynes aveva lasciato Miller solo a Londra
e si era recato a Beckford dove la band alloggiava, per concordare volo e trasferta.
La mattina dopo, si era presentato al luogotenente colonnello Norman
Baessell, assistente particolare del comandante di scalo della RAF Milton Ernest,
nei pressi di Bedford. Baessell aveva ricordato che sarebbe volato a Parigi
il giorno dopo - il giovedì - e gli aveva offerto un passaggio. Haynes
aveva declinato l'invito dicendo che si sarebbe unito alla band nel volo di sabato,
proponendogli di far scambio con Miller, che dovendo raggiungere Parigi
in anticipo avrebbe di certo gradito l'invito. Haynes aveva allora telefonato
a Miller per dirglielo e lui aveva accettato di buon grado: l'impresario
l'avrebbe prelevato a Londra e l'avrebbe accompagnato allo scalo del comandante
Milton.
La mattina dopo, Haynes aveva preso Miller e Baessell e li aveva accompagnati
alla vicina base aerea di Twinwood Farm. All'1,40 era arrivato il loro
aereo, un piccolo aereo americano detto “norvegese”, comandato dall'ufficiale
pilota John R. S. Morgan. Malgrado un tempo pessimo, avevano deciso
di decollare lo stesso, dopo di che erano spariti.
Oggi noi sappiamo che cosa accadde all'aereo. Mentre stava attraversando
la Manica all'altezza di Dieppe si era verificato un guasto al motore. Il pilota
era così stato costretto a un ammaraggio di fortuna a non più di 10 km ad
ovest di La Touquet, non lontano da Dieppe in direzione nord. L'aereo, infatti,
venne rintracciato nel 1973 ed esplorato da un palombaro privato sette anni
dopo. Non c'era traccia di carburante, cosa che suggeriva una rottura del
circuito idraulico di alimentazione che, non consentendo più di tenere la velocità
necessaria a mantenere il velivolo in aria, ne aveva provocato la caduta.
Il propellente si era disperso a causa di perdite.
Per quanto strano possa sembrare, all'epoca a nessuno venne in mente una
soluzione tanto semplice. Lunedì (il volo era stato rinviato a causa delle pessime
condizioni atmosferiche) la band era atterrata a Orly,
l'aeroporto di Parigi, tra la sorpresa di Haynes che si
aspettava Miller ad attenderli. Poi Haynes aveva passato il
resto del giorno e tutta la giornata successiva a cercarlo
per la città, solo da poco liberata. Alla fine, aveva contattato il generale Ray
Barker, responsabile del personale americano di stanza a Parigi. Due giorni
dopo, quando l'orchestra teneva il suo primo concerto nella capitale francese,
il pubblico si sentì dire che purtroppo il signor Glenn Miller non era presente.
La sua morte venne annunciata tre giorni dopo.
Questa la storia. Ma la moglie di Miller, Helen - il primo amore della sua
giovinezza - non voleva, né poteva crederci. Tanto per incominciare sperava
fosse stato fatto prigioniero. Quando alla fine della guerra questa speranza si
rivelò definitivamente vana, la signora aveva allora incominciato a sollecitare
l'apertura di inchieste e commissioni per scandagliare i cimiteri di guerra,
per vedere se al suo uomo fosse almeno stata data una tomba su cui poter
piangere. Nel febbraio del 1946 un certo colonnello Donnell rispondendo a
una domanda di Helen aveva dichiarato che il marito quel giorno non si era
imbarcato su di un aereo passeggeri, ma su uno da combattimento. Il velivolo era decollato da Abbots Ripton Field, nei pressi di Huntington, destinazione
Bordeaux. Bordeaux è una città distante da Parigi e la signora Helen si
chiedeva perché mai il marito avrebbe dovuto fare scalo in quella città per
poi essere costretto lo stesso a approdare nella capitale. Certo, il “norvegese”
avrebbe potuto prima toccare Parigi e poi proseguire per Bordeaux, ma allora
non si capiva perché questo non comparisse nel piano di volo. La lettera di
Donnell si chiudeva in forma quasi perentoria, facendo sapere a chiare lettere
alla vedova che non erano disponibili altre informazioni sul caso.
Lo scalpore che ne era nato aveva indotto qualcuno a immaginare una qualche
congiura del silenzio, un'operazione di copertura e uno stuolo di ricercatori
si era scatenato alla caccia di novità. Uno di questi, un ex ufficiale della
RAF di nome John Edwards, rigettata l'ipotesi del complotto, provò a dimostrare
che Miller si trovava davvero sul “norvegese” quando era sparito. Per
scoprirlo era sufficiente intraprendere la prassi prevista nella forma ufficiale
- detta in codice la 201 - chiedendo informazioni sulla morte di Miller presso
gli archivi conservati a Washington. Più facile immaginarlo e dirlo che farlo.
La soluzione infatti arrivò in fretta: Washington negava l'esistenza dell'archivio.
Il centro dell'Archivio nazionale del personale di Saint Louis precisò
che tutto era andato distrutto in un incendio. Edwards incominciò a pensare
che forse, tutto sommato, la questione nascondeva veramente qualche
segreto.
Un altro ufficiale della RAF, il capo squadriglia Jack Taylor, provò a venirne
a capo. Riuscì a ottenere il cosiddetto MACR (Missing Air Crew Report).
La firma del rapporto era però illeggibile e la relazione battuta a macchina
così debole da risultare illeggibile. In due altri documenti che era riuscito a
procurarsi si evinceva che all'epoca dei fatti, per rintracciare Miller, praticamente
non era stata avviata alcuna ricerca. La cosa sembrava strana. Gli alleati
avevano ormai quasi tutta la Francia sotto controllo e non esistevano impedimenti
che bloccassero una eventuale ricerca.
Poi Taylor si era messo in contatto con un altro ex pilota militare inglese,
Wilbur Wright, divenuto nel frattempo scrittore di successo e con molto tempo
a disposizione. Nel 1986, ovviamente, la maggior parte dei testimoni dei
fatti era morta, quindi Wright immaginò che per ottenere qualche reperto o
documento avrebbe dovuto faticare; ma era anche confortato dal fatto che se
gli fossero state avanzate delle difficoltà avrebbe potuto appellarsi al principio
di liberalizzazione dell'informazione. Fatto un bel respiro
profondo, Wright era andato a bussare al Centro ispettivo e di
sicurezza dell'AIR Force degli
Stati Uniti a Norton, in California, chiedendo gli venisse fornita tutta la
documentazione d'archivio relativa al volo maledetto. La risposta era stata
perentoria: al centro non era conservato alcun documento concernente l'incidente
aereo in questione. Sul “norvegese” andato disperso nel dicembre del
1944 neppure l'ombra di un rapporto. Ma a Wright restava ancora un'importante
carta da giocare: dare una scorsa attenta alla lista generale delle persone
disperse. Era così venuto a sapere che nel dicembre del 1944 erano stati
addirittura otto gli aerei di quel tipo di cui non si aveva più avuto notizia.
Wright aveva incominciato a sentire puzza di bruciato. E quando anche altre
comunicazioni come quelle ricevute dall'Ufficio archivi di Washington,
dalla divisione dell'esercito preposta agli incidenti e dalla segreteria del dipartimento
storico dell'AIR Force risposero picche, almeno una cosa si stava
rivelando indubbia. Non poteva trattarsi né di superficialità né di incompetenza:
la faccenda era deliberatamente e volontariamente insabbiata. Una lettera
inviata dalla divisione incidenti del dipartimento di Alexandria, in Virginia,
mise in luce una nuova affascinante rivelazione. Si ammetteva chiaramente
che anche da parte di quello stesso ufficio si era provato inutilmente
per anni a ottenere da Washington il file documentale di Glenn Miller. Dalla
capitale non era neppure stata fornita una qualsiasi risposta.
Nei mesi seguenti Wright aveva ingaggiato una sorta di furioso scambio di
lettere con varie agenzie governative. Ad un certo momento, sfinito, si era persino
rivolto al presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, chiedendogli di intervenire.
La cosa, fra il digrignar di denti degli uffici militari competenti, aveva
portato alla scoperta dell'esistenza di alcuni documenti, registrati, relativi
al caso Miller. Anche a fronte di questa rivelazione, l'Ufficio archivi di Washington
aveva però continuato a insistere nel dichiarare che in merito non era
disponibile alcun documento. Tutto era andato perso, oppure si trattava di un
equivoco. A gennaio del 1987, Wright, esasperato, si era attaccato al telefono
e aveva chiamato gli uffici preposti esigendo di parlare con il “più alto responsabile”.
Gli era stato passato un certo signor George Chalou a cui lui aveva
spiegato essere uno scrittore professionista in cerca di notizie per la ricostruzione
della triste vicenda di Glenn Miller. Gli aveva anche detto di aver
battuto tutte le strade e di aver scritto molte lettere e che la stessa divisione incidenti
del dipartimento di Alexandria si era lamentata con lui per l'ingiustificato
silenzio da parte degli uffici di Washington. «Giusto! Proprio così», aveva
esclamato dall'altra parte della cornetta Chalou, «né riuscirete a farvene dare
alcuno. Questi file sono tenuti sotto chiave da anni e chissà per quanto tempo
ancora lo saranno!». Wright, che aveva avuto la precauzione di registrare
la telefonata, era rimasto di sale, la cornetta in mano e senza parole. Ma alla
fine, per lo meno, qualcuno gli aveva rivelato non solo che i documenti non
erano dispersi, ma che erano stati gelosamente tenuti segreti.
Wright aveva proseguito dicendo di avere persino scomodato il presidente
Reagan, senza ovviamente rivelare che l'approccio non aveva ricevuto risposta.
Dall'altra parte Chalou era esploso in un «Non avreste dovuto farlo!», cui
era seguita la richiesta di indirizzo e numero di telefono. Non erano seguite
telefonate, ma solo comunicazioni scritte in cui si preannunciava a Wright
l'inoltro di tutte le informazioni disponibili. Davanti a ulteriori solleciti, gli
era poi stato detto che finalmente il file era stato rintracciato e qualora si fosse
presentato presso gli uffici preposti gli sarebbe stato mostrato il «MACR
originale». Un particolare che confermava in pieno ciò che Wright sospettava,
vale a dire che il MACR su cui il caposquadriglia Jack Taylor era riuscito
a mettere le mani era falso.
Nel frattempo l'Ufficio archivi di Washington si era deciso a far pervenire
agli uffici della divisione incidenti del dipartimento della Virginia il file a suo
tempo richiesto, assicurando che il ritardo era dovuto al fatto che il recupero
era avvenuto solo in quei giorni. Dalla Virginia Wright era stato pertanto avvisato
che gli sarebbe arrivata una copia di tutto. Cosa che era regolarmente
avvenuta la settimana dopo. Alla fine, pensava Wright, ce l'aveva pur fatta!
Ma - come c'era da aspettarsi - i documenti non contenevano nulla di
straordinario; d'altro canto, in caso diverso, difficilmente sarebbero stati forniti.
Confermavano però una cosa: il MACR che Taylor aveva ottenuto non era
quello originale. Una attenta perizia rivelò che era stato manipolato. Per di
più era stata inoltrata solo la pagina numero 1; la numero 2, quella dove
avrebbe dovuto comparire la firma non era stata allegata. E quando, ma solo
grazie alla sua incredibile insistenza, Wright era riuscito a far spedire anche
la seconda pagina, il rapporto non risultava firmato. La precedente versione,
quella firmata, era un falso. Come mai la versione originale non firmata non
era stata sin da subito consegnata a Wright? Naturale: perché non essendo firmata
avrebbe fatto nascere ulteriori sospetti. E perché il rapporto non era stato
firmato? Perché il capitano Ralph S. Cramer, che avrebbe dovuto farlo,
molto probabilmente non se l'era sentita di vidimare un documento ufficiale
falso. Aveva preferito astenersene.
Ma tutto questo, pensava Wright, non aveva senso. Forse Cramer quel giorno
aveva fretta e se n'era andato dimenticandosi la firma; forse l'Ufficio archivi
lo aveva ritirato in buona fede, senza accorgersi della mancata firma.
Ma c'era qualcos'altro che continuava a tenere Wright in sospetto: l'amicizia
che legava l'attore David Niven e Glenn Miller sin da quando all'inizio degli
anni Quaranta i due avevano preso a frequentarsi a Hollywood. Come già ricordato,
quando Miller era approdato a Londra, Niven era in pratica il suo
agente ed era stato proprio lui, Niven, ad organizzare quell'ultimo tour che
Miller non avrebbe mai neppure iniziato. Malgrado questo fatto non sia trascurabile,
Niven nella sua autobiografia dal titolo La luna è un pallone non
lo ricorda, né cita Glenn Miller, badando bene a ricordare il suo biografo ufficiale,
Sheridan Morley.
Ma nell'autobiografia di Niven troviamo un'altra singolare omissione.
Quando Miller era scomparso, Niven si trovava a Parigi, impegnato nell'organizzazione
di un tour per Marlene Dietrich, un'altra cara amica; quando
potevano, infatti, i tre Niven, Miller e la Dietrich pranzavano sempre volentieri
insieme. La battaglia della riscossa - con la quale i Tedeschi tentarono di
rilanciare la sfida agli alleati - era iniziata il giorno stesso della scomparsa di
Miller, quando Marlene Dietrich (che era di nazionalità tedesca e che quindi
avrebbe potuto essere facilmente accusata di alto tradimento) era stata fatta
rapidamente rientrare a Parigi. Nell'occasione, Niven aveva fatto una fremente
telefonata ad un collega in Inghilterra, il colonnello Hignett, per convincerlo
a spedire un commando per andare a mettere in salvo la signorina
Dietrich. Hignett, però, aveva recisamente rifiutato, lamentandosi di non avere
neppure più un solo soldato a disposizione. Viene da chiedersi: come mai
anche questo episodio significativo non viene neppure citato da Niven nella
sua autobiografia? Ricorda il momento in modo vago e dichiara che si trovava
a Spa, una località a 300 km da Parigi. In una delle tante biografie a lei dedicate,
la Dietrich rammenta invece quel giorno. Lei era in compagnia di David
Niven quando Miller era scomparso. Era stata “salvata” dagli Inglesi, che
l'avevano trasferita di gran carriera a Parigi.
Da queste reticenze, Wright dedusse che Niven sapeva benissimo ciò che
era capitato a Miller e di sicuro non era un banale incidente che aveva fatto
sprofondare l'aereo nel mare a pochi chilometri da Le Touquet. Ma se l'artista
non si trovava sul piccolo aereo quando questo era precipitato, dove stava?
Probabilmente a Parigi, dove si pensava che fosse, in compagnia di Ni-
ven e della Dietrich.
Immaginando che questa versione risponda alla realtà e che Miller, dopo il
volo senza incidenti decollato dalla base di Bovingdon, era atterrato a Parigi
il giorno 14 o quello successivo, che cosa diavolo mai era successo da dover
stendere un velo di copertura tanto consistente?
La pervicacia di Wright e le lunghe investigazioni - troppo corpose per poterle
descrivere tutte - lo hanno portato a ipotizzare ogni possibile scenario.
Li elenca tutti nel libro Miller gate del 1990. Secondo Herb Miller, il fratello
di Glenn, l'artista non aveva mai lasciato l'Inghilterra ed era morto di cancro.
Ma l'affermazione non risponde al nostro interrogativo, perché continuiamo
a non capire il perché della cortina fumogena. Fino a prova contraria morire
di cancro, per quanto brutto, non è cosa da coprire con il segreto.
Un'altra eventualità proposta da Wright è che l'aereo su cui viaggiava sia
stato abbattuto dalla contraerea dei Tedeschi. Ma il 15 dicembre il tempo che
gravava su tutta l'Europa era pessimo, tanto che non si era alzato un aereo in
volo. Per di più, negli archivi storici della Luftwaffe non si fa menzione di un
velivolo abbattuto nei cieli della Manica. Abbastanza stranamente, gli approfondimenti
di Wright lo hanno portato a sincerarsi che contrariamente a
ciò che Haynes aveva testimoniato, il tempo al momento del decollo al campo
di Twinwood non era affatto cattivo, ma più che accettabile, quasi sereno.
Forse Haynes si era inventato il particolare del brutto tempo per rendere il
suo racconto ancora più affascinante.
Stando a un'altra voce, Miller era stato fatto prigioniero ed era morto in un
campo di concentramento. Wright smonta questa ipotesi, sottolineando che i
Tedeschi non avrebbero certo perso l'occasione di annunciare al mondo la
preziosa cattura di Glenn Miller, un evento che avrebbe potuto scoraggiare
gli alleati.
Una pista promettente sembra essere quella che conduce al luogotenente colonnello
Normal Baessell, che si scoprì essere uomo dalla dubbia reputazione
oltre che un tossicodipendente. Nel corso della sua ricerca Wright si era
imbattuto in una storia in cui si raccontava che durante quel tragico volo, fatto
scalo in un aeroporto del nord della Francia, Baessell era stato scoperto
“sniffare” da Miller, il quale lo aveva violentemente ripreso; l'uomo incollerito
lo aveva ucciso occultandone il corpo. Quindi aveva fatto invertire la rotta,
ma nel viaggio di ritorno si era verificato l'incidente e l'aereo era precipitato.
Baessell non era di sicuro uno stinco di santo, ma un uomo collerico e
aggressivo, capace senz'altro di darsi alla droga. Ma tutto il resto della storia
sembra davvero un po' troppo fantasioso e non c'è uno straccio di prova che
la possa sostenere in qualche modo.
Una fra le versioni più interessanti è quella raccontata da un certo Dennis
Cottam, recatosi a Parigi nel 1954 per acquistare un'automobile. In un locale
chiamato il Bar di Fred, non lontano dall'Hotel Olimpiades a Montmartre,
dove all'epoca era stata alloggiata la band di Miller, Cottam si era sentito
chiedere dal barista: «Voi Inglesi siete convinti che Glenn Miller sia precipitato
nella Manica quel maledetto 16 dicembre del 1944, ma io le dico che
quella sera lui era qui, a bere da solo in questo locale». Poi aveva detto a
Cottam che se solo avesse desiderato avere conferma della sua storia non
aveva altro da fare che recarsi dall'altra parte della strada, bussare al portone
blu e chiedere notizie di Glenn Miller alla donna che gli avrebbe aperto
la porta. Il luogo risultò essere una casa di appuntamenti. Dopo qualche reticenza,
la donna aveva incominciato a parlare e gli aveva rivelato che nel
1944 il suo ragazzo era un capitano della polizia militare. In un momento di
confidenza l'uomo le aveva detto di aver visto il corpo senza vita del famoso
Glenn Miller. Quando Cottam le aveva chiesto perché era stato ucciso, la
donna aveva risposto: «Mi venne detto che sapeva troppe cose sul mercato
nero».
La cosa è certamente interessante, ma per quale motivo i caporioni del mercato
nero avrebbero dovuto eliminare un uomo che si trovava a Parigi da sole
ventiquattro ore, un tempo veramente troppo esiguo per poter venire a conoscenza
di cose scottanti in merito al mercato nero?
Anche una serie di interviste con John Edwards hanno portato Wright a focalizzare
altre significative precisazioni. Egli era riuscito a entrare in possesso
di un nastro registrato su cui un ingegnere della BBC, di nome Teddy
Gower, sosteneva di aver volato da Bovingdon fino all'aeroporto di Orly, a
Parigi, il giorno 14 dicembre, vale a dire il giorno in cui Miller avrebbe dovuto
farlo. Don Haynes aveva raccontato che Miller desiderava raggiungere
Parigi il 14 e che lui, Haynes, gli aveva fissato un posto su un aereo che sarebbe
decollato proprio da Bovingdon, il campo volo da cui si levavano gli
aerei con destinazione il continente. Poi, però, sempre
secondo Haynes, Miller aveva mutato d'avviso per accettare la
proposta di Baessell che l'avrebbe
condotto a Parigi il venerdì.
Come mai Miller preferì accettare un passaggio su un piccolo aereo (pare
che l'artista odiasse i piccoli velivoli) il venerdì, rinunciando a un posto assai
più comodo su un Dakota, un aereo ben più spazioso, per il giovedì? Dalle
numerose incongruenze disseminate nella sua testimonianza, Wright stabilì
che quasi certamente Haynes mentiva. Per esempio, aveva detto che il
mercoledì pomeriggio aveva fatto rientro a Bedford in mezzo a una fitta nebbia;
mentre Wright aveva scoperto con assoluta certezza che invece loro due,
lui e Miller, avevano trascorso la serata insieme al Milroy Club, in compagnia
di un gruppo di ufficiali e di una giovane cantante. Questa bugia e alcune
altre, convinsero Wright che anche Haynes doveva essere coinvolto in
quel misterioso piano di insabbiamento. Miller dunque aveva raggiunto Parigi
il giovedì su un Dakota e quasi certamente una volta in Francia si era incontrato
con David Niven, che lo stava aspettando.
Ma non era finita. Edwards aveva un'altra interessante storia da raccontare.
Per la notevole pubblicità che era stata data alla sua ricerca, continuava a ricevere
lettere e comunicazioni da ogni parte. Una di queste gli arrivava da un
veterano della seconda guerra mondiale, il quale gli comunicava di aver conosciuto
bene il maggiore Glenn Miller, quando si erano trovati vicini di letto
in un ospedale militare di Columbus, nell'Ohio, dove il povero musicista
si era spento a seguito di ferite riportate. La notizia era sembrata così assurda
che Edwards non l'aveva considerata, tuttavia aveva conservato la lettera.
Poi Edwards aveva raccontato anche di un dottore americano, David Pecora,
il quale diceva di essere stato presente vicino al letto di morte di Miller.
Con la sua solita, quasi proverbiale, insistenza Wright era riuscito a rintracciare
il dottor Pecora. Ma il risultato era stato scoraggiante: Pecora aveva sì
ammesso di essere stato in Francia in quel periodo, ma aveva assolutamente
negato di conoscere Glenn Miller.
Malgrado tutto, anche questa traccia fasulla si era rivelata proficua. Venuto
a sapere che Pecora aveva avuto una fitta corrispondenza verso il New Jersey,
lo stato dove Miller era sempre vissuto prima di raggiungere l'Aeronautica,
Wright pensò potesse tornare utile interpellare gli uffici del Registro di
stato del New Jersey, chiedendo se, per caso, nei loro archivi avessero conservato
notizia della morte di un certo maggiore Alton Glenn Miller. All'uopo
aveva allegato tutti i dati necessari per il riconoscimento, comprese notizie
sulla famiglia e ovviamente il luogo di nascita. Ma per mero errore invece
di scrivere Iowa aveva scritto Ohio. Dopo qualche giorno grande era stato
il suo stupore nel ricevere una lettera in cui si confermava che un certo maggiore
Alton Glenn Miller era morto nell'Ohio nel dicembre del 1944. Una telefonata
successiva aveva pienamente confermato ogni cosa: un maggiore
Miller era deceduto nell'Ohio, nel dicembre del 1944. A questo punto però
Wright aveva commesso un errore. Invece di insistere e di chiedere altri dettagli
e precisazioni, come per esempio sapere dove era esattamente morto,
aveva domandato alla ragazza che stava dall'altra parte del filo: «Ma, signorina,
state parlando proprio di quel maggiore Glenn Miller, il
direttore d'orchestra, scomparso misteriosamente in Europa nel
1944?». Subito dall'altro
capo del telefono era sceso il gelo e dopo qualche istante di esitazione la ragazza
aveva risposto: «La richiameremo, signore». Ed in effetti, due giorni
dopo era stato richiamato. Gli venne detto che purtroppo la segretaria che gli
aveva scritto aveva commesso un errore. Aveva scambiato il luogo della morte
con quello di nascita.
Wright era rimasto di stucco. Come poter confondere un luogo di nascita nel
1904 col luogo di morte nel 1944? Ma ciò che lo insospettiva ancora di più
era il suo errore di partenza. Aveva segnalato alla donna che Miller era nato
nell'Ohio e non nello Iowa. Quando lo aveva detto alla donna, questa non
aveva saputo far altro che balbettare: «Santo cielo... Ohio, Iowa, insomma,
sono lo stesso stato!». Sapeva che per Samuel Goldwyn erano la stessa cosa,
ma dubitava che lo fosse anche per un funzionario del Registro di stato.
Ma le stranezze non erano ancora finite. Nel 1949 la signora Helen Miller,
che nel frattempo era andata a vivere a Pasadena, in California, aveva acquistato
un pezzo di terreno nel vicino cimitero di Altadena per costruire una
tomba di famiglia con sei posti. Eppure la famiglia consisteva soltanto di lei
stessa e dei due figli, un maschio e una femmina, che lei e Glenn avevano
adottato. Nella tomba, poi, avrebbero potuto trovare posto i genitori di lei, ma
per chi era il sesto posto? Sollecitate, le autorità locali negarono che nella
tomba avesse trovato posto Glenn Miller, ma per rilasciare la risposta avevano
impiegato la bellezza di quindici mesi. Le stesse autorità avevano poi avvertito
Steve, il figlio adottivo di Miller, della insistente pervicacia con cui
Wilbur Wright stava investigando sulla morte di suo padre e questi, incollerito,
aveva avvisato Herb, il fratello dell'artista, con una lettera in cui lo sollecitava
a «cacciare via a pedate quel ficcanaso rompiscatole».
Dunque, in conclusione: che cosa era capitato a Glenn Miller il giorno della
sua scomparsa? Dopo tutte le indagini svolte, l'ipotesi con cui Wright si
era dovuto confrontare con sempre maggiore frequenza era quella secondo la
quale Miller era stato colpito alla testa in una camera di un
bordello di Pigalle, a Parigi. (Il quartiere di Pigalle è
rinomato come la zona della prostituzione).
In un articolo comparso nel 1976, John Edwards ipotizzava che la morte
fosse avvenuta a Parigi il giorno di lunedì, quando la band era arrivata. Nel
pezzo si sintetizzava: «Stando alla teoria del signor Edwards, Glenn Miller,
che gradiva la compagnia delle donnine, venne ucciso con un violento colpo
alla testa in una casa di appuntamenti».
Wright non la condivideva, anche perché era in grado di contestare non pochi
dei dettagli apportati da Edwards nel suo articolo, per esempio la sua affermazione
che il luogotenente colonnello Corrigan potesse confermare l'assassinio.
Wright, infatti, aveva rintracciato Corrigan che non aveva esitato a
negare. Edwards sosteneva anche che un dottore americano in quel momento
a Parigi aveva controfirmato il certificato di morte di Miller. Si trattava
probabilmente del già a noi noto dottor Pecora, che come sappiamo, negò la
cosa. Tuttavia, il fatto che questa versione dei fatti continuasse a ripetersi e
perpetuarsi - dopo aver preso corpo a Parigi sin dal 1948 - poteva voler dire
che aveva un fondamento di verità. E comunque non si discosta troppo dai
dati di cui Wilbur Wright era venuto a conoscenza nel corso delle sue estenuanti
ricerche.
Ecco, dunque, lo scenario che Wright immagina a proposito della fine di
Miller. Miller aveva deciso di arrivare a Parigi due giorni prima del resto della
banda per poter partecipare a un ricevimento, un momento sociale, in cui
dovevano essere previsti anche incontri piacevoli con donne licenziose. Fra
le altre cose era d'intesa che si sarebbe anche incontrato col vecchio amico
David Niven, che il 14 doveva già trovarsi a Parigi per organizzare il tour di
Marlene Dietrich. Nella sua autobiografia Niven non nega che tutto sommato
anche a lui trascorrere una piacevole serata con donnine ben disposte non
spiaceva affatto, vista la felice esperienza di conquistatore da lui già maturata
quando aveva condiviso un appartamento con un altro famoso attore, Errol
Flynn. Niven quindi era andato ad accogliere Miller che era atterrato il giovedì
15 dicembre a Orly sul Dakota proveniente dal campo volo di Bovingdon.
Due giorni dopo Niven era dovuto scappare per mettere in salvo la Dietrich
a seguito delle nuove minacce che l'attrice avrebbe potuto subire a seguito
della battaglia della riscossa intrapresa dai Tedeschi. Da lì a due giorni
Niven e lei avrebbero fatto rientro a Parigi per incontrarsi con Miller.
Nell'attesa, Miller si era recato in una casa di appuntamenti a Pigalle dove
era rimasto coinvolto in qualche rissa ed era stato ammazzato con un colpo
alla testa. Quando Don Haynes con il resto della banda era atterrato a Orly si
era stupito di non trovare Miller ad attenderli. Disse di aver trascorso due
giorni interi a cercarlo per tutta la città, anche se (come lo stesso Wright sottolinea)
avrebbe potuto risparmiarsi la fatica e andare a cercare nel posto giusto,
dove ben sapeva che l'avrebbe trovato. Perché Haynes sapeva dove scovarlo
e forse l'aveva anche fatto, ma solo per scoprire che Miller era scomparso.
Poi Miller gravemente ferito era stato finalmente rintracciato. Ma come andare
a spiegare ciò che era capitato senza provocare uno scandalo? Per coprire
ogni cosa, Miller era stato subito ricoverato in un ospedale militare a
Columbus, nell'Ohio. Nel frattempo la scomparsa di un piccolo aereo, un
“norvegese”, aveva offerto la perfetta opportunità di giustificare la sua assenza
al concerto di apertura a Parigi. Quando, nove giorni dopo, era stata data
la notizia ufficiale della sparizione del velivolo, Miller era già spirato a Columbus,
forse era già stato anche seppellito. Alla moglie era stato detto che
era morto sull'aereo disperso, anche se la donna non l'aveva mai creduto.
Non è da escludere che alla fine le autorità non le rivelassero la verità, cosa
che giustificherebbe la tomba a sei posti nel cimitero di Altadena.
Qualche tempo dopo, la salma di Glenn Miller era stata trasferita dalla
tomba segreta e anonima dell'Ohio ad Altadena, in quella di famiglia, dove
era stato tumulato nel 1966. L'amico David Niven, uno dei pochi a conoscenza
del segreto, mantenne un silenzio totale sulla triste vicenda di Miller
per tutto il resto della sua vita, non confessando il segreto neppure alla sua
seconda moglie. Don Haynes, da parte sua, aveva pubblicato un diario nel
quale confermava la copertura, ossia che la morte era avvenuta per la caduta
dell'aereo sul quale Miller stava volando, alzatosi malgrado
il tempo pessimo, dal campo di Twinwood verso Parigi, venerdì 15 dicembre 1944. Una
bugia grossolana, visto che Wright non solo aveva verificato che quel giorno
il tempo non era affatto cattivo, ma addirittura che il campo volo di
Twinwood era chiuso.
Le canzoni che Glenn Miller ci ha lasciato continuano a essere immortali,
con la loro musica fluida e pastosa, veri capolavori dell'era dello swing. E
dunque, dopo tutto, forse Niven e Haynes non hanno avuto torto quando decisero
che sarebbe stato meglio consegnare alla posterità una storia falsa ma
più generosa a proposito della sua morte: l'inopinata caduta del piccolo aereo
sul quale volava, piuttosto che una morte misteriosa nel corso di una rissa in
un volgare postribolo parigino.
 
CAPITOLO 51.
IL TRIANGOLO DELLE BERMUDE.

Il 5 dicembre del 1945 cinque Avengers, aerei bombardieri, si alzavano in
volo dalla base di Fort Lauderdale, in Florida, per un normale giro di perlustrazione
e controllo Sull'Atlantico. La flotta 19 era comandata dal responsabile
Charles Taylor. Gli altri quattro piloti erano reclute in allenamento. Si accingevano
a compiere quello che in gergo è detto “volo di routine”, ossia
un'attività del tutto sicura, utile soprattutto a far maturare qualche ora di volo in più senza istruttore al fianco. Attorno alle 2,15 gli aerei si trovavano già
in pieno oceano, seguendo la rotta standard. Il tempo era caldo e il cielo limpido.
Alle 3,45 la torre di controllo riceve un messaggio da Taylor: «Siamo in
emergenza. Crediamo di esserci persi. Non si vede più terra... ripeto... non
riusciamo più a scorgere la terra».
«Qual è la vostra posizione?»
«Non siamo certi della posizione. Non sappiamo dove ci troviamo. Ripeto,
ci siamo persi».
«Puntate verso ovest», suggeriscono dalla torre.
«Non sappiamo quale sia la direzione ovest. Tutto sembra fuori posto... strano.
Non siamo più sicuri di niente. Persino l'oceano non sembra quello che
dovrebbe essere».
Alla torre di controllo cresce lo sconcerto. Quand'anche una tempesta magnetica
avesse messo fuori uso gli strumenti, i piloti avrebbero comunque potuto
orientarsi osservando il Sole basso nel cielo a occidente. A questo punto
il contatto radio peggiora e i messaggi si riducono a brevi frasi. Tra gli altri,
si registra la conversazione spasmodica fra due piloti. Uno grida che tutta la
sua strumentazione di bordo è andata in tilt. Alle 4 in punto Taylor decide di
passare il comando a un altro pilota. Ma anche lui alle 4,25 dichiara: «Non
sappiamo dove ci troviamo».
La situazione, frattanto, si fa drammatica. Se gli aerei non dovessero rientrare
o toccare terra entro le successive quattro ore, la mancanza di carburante
li costringerebbe ad ammarare. Alle 6,27 parte una missione di soccorso.
In volo si alza un gigantesco Martin Mariner, con a bordo un equipaggio di
tredici persone. L'aereo si mette sulle tracce degli Avengers, seguendo l'ultima
rotta segnalata. Dopo ventitré minuti il cielo verso oriente viene improvvisamente
illuminato da un lampo color arancio brillante. Da quel momento
dei velivoli, Mariner compreso, non si ha più alcuna notizia.
Sono come svaniti nel nulla. Proprio come è accaduto a navi e
altri aerei in quella stessa
area, poi tristemente nota come “Triangolo del diavolo” o “Triangolo delle
Bermude”.
Quello che accadde agli aerei scomparsi non riteniamo sia un mistero. Nel
corso del pomeriggio il tempo si era fatto brutto e le navi in mare avevano segnalato
«forti venti e mare in tempesta». La squadriglia 19 e il Mariner, finito
il carburante, erano stati costretti a scendere in mare inabissandosi. Il vero
mistero, dunque, era un altro: perché era accaduto? Perché i piloti avevano
perso la tramontana e ogni elementare senso di orientamento? Anche se la
strumentazione di bordo aveva smesso di funzionare e anche se la visibilità
era scesa a poche decine di metri, persino un pilota alle prime armi si sarebbe
portato al di sopra dello strato di nubi procedendo con piena tranquillità.
Ma ciò che suona ancora più strano è il fatto che un simile evento avrebbe
dovuto mettere sul chi vive le autorità militari, avvertendo che qualcosa di
veramente pericoloso incombeva su quella striscia di mare fra la Florida e le
Bahamas, una folta catena di isole a poco meno di 100 km dalla costa. Invece
non avvenne nulla, non squillò nessun campanello d'allarme. Venne proposta
la solita soluzione: l'incidente era stato provocato dalla somma di alcuni
elementi negativi: cattivo tempo, interferenze elettriche nelle bussole di riferimento,
inesperienza dei piloti, il fatto che il loro comandante, Charles
Taylor, era stato soltanto da poco assegnato alla base di Fort Lauderdale e
non conosceva i luoghi.
Spiegazioni analoghe saranno poi utilizzate nei vent'anni a venire per spiegare
alcune tragedie simili: la scomparsa nel 1947 di una superfortezza volante,
quella di un Tudor IV nel gennaio del 1948, di un DC3 nel dicembre dellostesso anno, un altro Tudor IV nel 1949, un Globemaster nel 1950, uno
York inglese da trasporto nel 1952, un Super Constellation della Marina nel
1954, un altro Martin nel 1956, un aereo cisterna dell'Air Force nel 1962,
due Stratotankers nel 1963, un magazzino volante nel 1965, un cargo civile
nel 1966, un altro cargo nel 1967 e un altro ancora nel 1973... per un numero
di dispersi superiore alle 200 unità. Cosa abbastanza singolare, il primo a
rendersi conto della straordinarietà di tutti questi fatti messi insieme non fu
un militare, ma un giornalista, Vincent Gaddis. Nel febbraio del 1964 il suo
articolo intitolato Morte nel Triangolo delle Bermude compare sulle pagine
della rivista «Argosy», battezzando il mistero col nome che oggi è a tutti ben
noto. Un anno dopo, in un libro completamente dedicato al problema, dal titolo
Il Triangolo maledetto e altri misteri del mare, Gaddis riprende il pezzo
inserendolo nel capitolo Il Triangolo della morte. Viene elencato un gran numero
di navi che sono scomparse in questa fascia di oceano, a partire dalla
Rosalie, svanita nel nulla nel 1840, per arrivare allo yacht Connemara IV nel
1956. Nella chiusa del capitolo, Gaddis entra a pié pari nel regno della fantascienza
e si butta sulla speculazione di un «continuum spazio-temporale che
avvolge il nostro mondo, compenetrandolo completamente», suggerendo che
forse le navi e gli aerei sono spariti penetrando in una sorta di buco cosmico
che introduce alla quarta dimensione.
Qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, Gaddis riceve una lettera da
parte di un certo Gerald Hawkes, il quale gli racconta una sua esperienza nel
Triangolo delle Bermude consumatasi nell'aprile del 1952. Durante un volo
dall'aeroporto di Idlewild (oggi Kennedy) a Gran Bermuda, all'improvviso
l'aereo era precipitato per oltre 60 m. Non si era trattato di un vuoto d'aria,
bensì l'impressione era stata quella di scendere come a bordo di un ascensore.
Poi il piccolo aereo aveva ripreso quota. «Era stato come se un gigante si
fosse divertito ad afferrare l'aereo e a farlo scendere e salire come un giocattolo»,
mentre le ali sembravano sbattere, proprio come quelle di un uccello.
Il capitano, visibilmente sconcertato, aveva rivelato ai passeggeri di non riuscire
più a scorgere Gran Bermuda e che l'operatore radio stava da qualche
momento tentando inutilmente di mettersi in contatto sia con la Florida che
con Gran Bermuda. Finalmente, dopo un'ora, il velivolo era entrato in comunicazione
con una nave che, fungendo da punto di riferimento, l'aveva
guidato fino a destinazione. Scesi dall'aereo, tutti avevano potuto notare la
limpidezza del cielo notturno, una splendida serata senza vento. La lettera di
Hawkes finiva con una osservazione affascinante: «Forse l'aereo era stato inghiottito
in un luogo dove tempo e spazio non esistevano».
Ora, sappiamo tutti che l'ingresso di un aereo in un vuoto d'aria, con un repentino
mutamento delle condizioni della pressione, può provocare una improvvisa
precipitazione per mancanza di sostegno e che violente turbolenze
d'aria inducono nelle ali fenomeni vibrazionali così forti da dare l'impressione
che sbattano come quelle di un uccello; ma ciò che in questo caso più di
ogni altro fatto resta un mistero è il totale blackout radio.
E la stessa singolare anomalia che stupisce coloro che si avvicinano allo studio
degli UFO (vedi il Capitolo 53), i cosiddetti dischi volanti, a proposito dei
quali sono state proposte infinite ipotesi sin dal loro apparire, vale a dire da
quando nel giugno del 1947 il pilota civile Kenneth Arnold affermò di aver
osservato nove “piatti volanti” mentre si trovava in quota sul Monte Rainier,
nello stato di Washington. Alcuni ufologi sostengono che la superficie della
Terra non è uniforme come pare, bensì punteggiata da strani “vortici”, mulinelli
energetici dove gravità e magnetismo planetario sono inspiegabilmente
meno consistenti. Si tratterebbe, in definitiva, di una specie di finestre, punti
e luoghi particolari del pianeta, che ipotetici extraterrestri potrebbero sfruttare
come zone di prelievo per esemplari di esseri umani destinati allo studio
sistematico sul loro lontano pianeta di provenienza...
Per Ivan T. Sanderson, amico di Gaddis e noto studioso di fenomeni stravaganti,
questa ipotesi è davvero un po' troppo spinta nel regno della fantasia.
Da buon scienziato rigoroso, Sanderson ha affrontato il problema disegnando
una cartina del mondo su cui evidenziare le aree teatro di scomparse inspiegabili.
Ha così scoperto, per esempio, l'esistenza di un altro “Triangolo del
diavolo” a sud dell'isola giapponese di Honshu, dove navi e aerei spariscono
con regolarità. Dall'altro capo del mondo, un giornalista locale lo ha informato
in merito a una strana esperienza personale da lui vissuta durante un volo
verso Guam, nell'oceano Pacifico. Con il suo vecchio aereo da diporto era
riuscito a coprire in un'ora e in totale assenza di venti un numero di chilometri
pari quasi al doppio di quelli consentiti mediamente e, guarda
caso, stava proprio sorvolando un'area “pericolosa” nella
quale da anni si registravano sparizioni improvvise.
Riportando queste zone critiche sulla carta del mondo, Sanderson si è accorto
che presentano una superficie a losanga e che queste losanghe sembrano
abbracciare il pianeta secondo una configurazione chiara, disposta su due
strisce ad anello, rispettivamente collocate a 30° nord e 40° sud rispetto alla
linea equatoriale. In questa fascia Sanderson ha contato almeno 72 zone singolari.
Il vulcanologo George Rouse sostiene che i fenomeni tellurici scaturiscono
tutti a un preciso livello al di sotto della crosta terrestre, mentre la direzione
e il verso della loro attività sarebbe determinata da movimenti di rotazione
registrati attorno al nucleo centrale del pianeta. Ebbene, la collocazione
grafica di questi nuclei sismici operata da Rouse corrisponde in modo
pressoché perfetto alle losanghe individuate da Sanderson. Forte di questa
annotazione e come sempre animato da uno spirito indagatore prettamente
scientifico, Sanderson è così giunto alla conclusione che giustificare le enigmatiche
sparizioni con ipotesi fantasiose non funziona, nel momento in cui le
discontinuità della superficie terrestre messe in risalto dalla ricerca sua e da
quella di Rouse - i mulinelli energetici di cui si è detto - potrebbero benissimo
costituire una causa prima scientificamente accettabile.
La teoria proposta da Sanderson è comparsa in un suo libro del 1970 intitolato
UFO: visitatori dal cosmo. Tre anni dopo è toccato alla giornalista Adi-Kent
Thomas Jeffrey raccogliere in un lungo elenco, pubblicato da una piccola casa
editrice della Pennsylvania, tutta la casistica collegata al Triangolo delle
Bermude. Ma, purtroppo per lei, la giovane cronista non ha avuto fortuna
nella scelta del tempo, poiché pochi mesi dopo usciva il grande successo di
un altro noto autore. Parliamo di Charles Berlitz, pronipote del fondatore della
celeberrima scuola di lingue, il quale pubblicava per i tipi di una grande
casa editrice come la Doubleday, un rapporto dettagliato e al tempo stesso
avvincente di ciò che era accaduto e stava accadendo nel famigerato Triangolo
della morte. Il successo fu pieno e completo e in un attimo il libro era
balzato in vetta a tutte le classifiche di vendita. Erano passati vent'anni dalla
scomparsa della squadriglia 19 e dieci da quando Vincent Gaddis aveva inventato
la formula “Triangolo delle Bermude”. Berlitz è stato però il primo
autore a riuscire ad imporre il fenomeno all'attenzione del mondo, traendo
onore e quattrini a palate da questa sua intuizione vincente.
Il libro di Berlitz, intitolato Bermude: il triangolo
maledetto, per quanto godibilissimo non si può dire sia un
esempio di precisione: per esempio, è privo
di un indice; tuttavia ha letteralmente spopolato. Uno dei molteplici motivi
del successo lo si deve al fatto che Berlitz non ha esitato a lanciarsi in speculazioni
fantasiose che hanno come protagonisti alieni, vuoti temporali,
UFO, carri degli dèi (quelli tanto cari a un altro autore famoso, von Dàniken)
e altro ancora. Fra le ipotesi più straordinarie, Berlitz mette in pista anche
quella legata al pioniere della ufologia, il professor Morris K. Jessup, morto
in circostanze per lo meno misteriose, dopo aver approfondito troppo un argomento
tabù, conosciuto agli addetti al lavori come “Esperimento Filadelfia”.
Si tratta di un esperimento scientifico che si mormora abbia
avuto luogo nel 1943 a Filadelfia, nel corso di alcuni test attivati dalla Marina militare
americana al fine di mettere a punto un dispositivo in grado di circondare
una nave con un potente campo magnetico. Stando ai testimoni
sentiti da Jessup, ad un certo momento una strana luce
verdastra aveva investito la nave, i
cui contorni si erano fatti via via incerti e tremolanti, poi la grande massa era
sparita, ma solo per ricomparire nel porto di Norfolk, in Virginia, a oltre 450
km di distanza. Molti componenti l'equipaggio morirono; altri impazzirono.
Stando a quanto affermava Jessup, non appena si era gettato anima e corpo in
questa ricerca, era stato contattato da agenti della Marina militare, i quali gli
avevano proposto di investigare con loro su progetti analoghi, ma lui aveva
rifiutato. Nel 1959 Morris venne trovato morto nell'abitacolo della sua automobile,
ucciso dai gas di scarico. Secondo Berlitz, il professore era stato indotto
al silenzio, per non correre il rischio che spifferasse tutto ciò che già era
venuto a conoscere sull'Esperimento Filadelfia.
Ma, vi chiederete, che cosa c'entra tutto questo con il tema di questo capitolo,
il Triangolo delle Bermude? Semplice: nell'esperimento si tentava di
realizzare un vortice magnetico del tutto simile a quelli ipotizzati da Sanderson,
un mulinello in grado di far compiere all'oggetto (in questo caso una nave)
un salto spazio-temporale e teletrasportarlo a centinaia di chilometri di
distanza.
In modo alquanto strano, questa immaginazione teorica ebbe il potere di
mandare gli scettici su tutte le furie. Come in un'esplosione improvvisa, incominciarono
a uscire libri, articoli e programmi televisivi animati dall'unico
scopo di smontare il caso Bermude. In tutti la strategia adottata era quella
del buon senso comune, quella stessa messa in atto sin dal 1945 dalle autorità
militari e politiche: le sparizioni misteriose erano dovute, molto semplicemente,
a cause naturali e, in modo particolare, a tempeste improvvise.
Di certo non si può negare che per alcuni eventi questa sia davvero la soluzione
migliore; ma se solo ci prendiamo la briga di dare una scorsa agli elenchi
di navi e aerei spariti nel nulla, considerando che nella maggior parte dei
casi non si è ritrovato il corpo delle vittime e neppure un rottame, ebbene, a
questo punto, mettersi in sospetto è il minimo che una mente razionale deve
fare.
Ci chiediamo: ma non esiste un'ipotesi capace di conciliare il necessario
buon senso comune con qualche guizzo intuitivo in grado di rendere ragione
di tutta questa allarmante fenomenologia? Chi potrebbe aiutarci meglio di coloro
che, chissà come e perché, sono riusciti a sfuggire alla maledizione del
Triangolo? Proviamo. Nel novembre del 1964 il pilota di un volo charter,
Chuck Wakely, stava facendo ritorno da Nassau a Miami, in Florida, volando
a una quota di circa 2500 m. Ad un tratto aveva notato un globo luminoso
danzare attorno alle ali, ma non ci aveva fatto caso, ritenendolo un abbaglio.
Di colpo, il globo si era fatto sempre più grosso e la sua ingombrante presenza
aveva mandato in tilt l'apparecchiatura automatica di bordo, tanto da
costringerlo a ricorrere ai comandi manuali. Poi il globo era diventato così
brillante da abbagliarlo. Per fortuna, la luminosità si era quasi subito affievolita
e la funzionalità degli strumenti di pilotaggio si era riattivata.
In un chiaro pomeriggio del 1966 il capitano Don Henry stava tranquillamente
guidando il suo rimorchiatore da Puerto Rico a Fort Lauderdale,
quando era stato chiamato sul ponte dalla voce concitata di un marinaio. La
bussola di bordo era come impazzita e ruotava al contrario. D'un tratto era
scesa una strana penombra e l'orizzonte era scomparso. «Sembrava che l'acqua
fosse ovunque, in tutte le direzioni». La corrente elettrica era venuta
meno, anche se il generatore aveva continuato a funzionare. Quello di emergenza
era bloccato. Il rimorchiatore venne inghiottito da una coltre di nebbia,
spessa e scura. Dopo qualche momento di terrore, i motori avevano ripreso
da soli a funzionare e l'imbarcazione si era ritrovata miracolosamente
fuori da quella atmosfera irreale e minacciosa. La spessa nebbia era concentrata
in un unico banco, dove anche il mare era più agitato. Tutto attorno a
questa “isola” il clima era buono e le acque calmissime. Per quel che ne sapeva,
il capitano Henry testimoniò che la bussola impazzita si comportava
come quando gli capitava di risalire il fiume San Lorenzo a Kingston, dove
i massicci depositi ferrosi alteravano completamente il comportamento dell'ago
magnetico.
Come sappiamo, il nostro pianeta (anche se nessuno è in grado di dire perché)
è un gigantesco magnete, con le linee di forza che lo percorrono secondo
traiettorie imprevedibili ma certe. Sono queste le vie che uccelli e animali
percorrono quando l'istinto li spinge a “tornare a casa”; sono sempre queste
le energie che sollecitano la bacchetta del rabdomante a flettersi e vibrare.
Ma esistono luoghi sulla Terra dove anche gli uccelli migratori sono sconcertati
e perdono l'orientamento, perché succede qualcosa di anomalo, come,
per esempio, la creazione dei misteriosi mulinelli o vortici energetici magnetici
di cui si è detto. Nel 1930 in un trafiletto comparso sul «Marine Observer»
si segnalava la presenza di una forte alterazione magnetica nei pressi del
vulcano Tambura, a Sumbawa, a causa della quale le bussole di bordo impazzivano
impedendo ai naviganti di seguire le rotte prestabilite. Nel 1932 il
capitano Scutt della Australia, nelle vicinanze di Freemantle ebbe modo di
constatare uno sconvolgimento magnetico tanto forte da alterare di 12 gradi la linea
di rotta della nave. Ma il collezionista principe di queste notizie è il ricercatore
fortiano William Corliss, autore di due libri interessanti intitolati
Unknown Earth e Strange Planet. Dobbiamo proprio a Corliss lo spunto per
la ricerca che ci ha condotto al caso del dottor Laurier di Ottawa, il quale
mentre nel 1974 stava monitorando gli spostamenti delle grandi banchise
ghiacciate del nord del Canada, si era imbattuto in una zona di anomalia magnetica
lunga la bellezza di 60 km, fenomeno che egli valutò scaturire da
qualche misteriosa energia posta circa 25 km sotto la superficie. Secondo
Laurier questo genere di eventi nasce dallo scontro sotto la crosta di placche
tettoniche che collidono: quelle stesse manifestazioni geologiche che provocano
i terremoti.
Il nodo centrale che emerge da tutto quanto si è fin qui detto è che in realtà
il nostro pianeta non si comporta affatto come una normale calamita, caratterizzata
da un campo simmetrico e preciso, ma la sua superficie è come costellata
da “buchi”, vuoti e anomalie. Come già si è detto, gli scienziati non
hanno ancora capito come mai la Terra possegga un campo magnetico, anche
se è prevalente l'ipotesi che ciò sia dovuto al suo nucleo centrale magmatico
ferroso. Questo continuo movimento produce scivolamenti e slittamenti nel
campo magnetico planetario e fenomeni di esplosione di attività magnetica,
in tutto comparabile a quella, ben più gigantesca, tipica del Sole. Se queste
attività sono in qualche modo da collegarsi alle zone di tensione della crosta
terrestre e quindi ai terremoti, diventa plausibile immaginare abbiano collocazioni
preferenziali, proprio come accade per le aree sismiche. Ma quali effetti
potrebbe generare un “terremoto” di improvvisa attività magnetica? Per
esempio, un comportamento anomalo della bussola; perché sarebbe come se
dal centro della Terra risalisse una meteora dal potente nucleo magnetico.
Turbolenze violente sulle acque del mare, perché agirebbero le stesse forze di
perturbazione tipiche delle maree lunari, solo che, in questo caso, il fenomeno
sarebbe del tutto irregolare, sopraggiungendo da ogni direzione. Nel vortice
magnetico venutosi a creare, nuvolaglia e nebbia tenderebbero a concentrarsi,
dando origine a un banco spesso e fitto, impenetrabile. Le strumentazioni
elettroniche verrebbero certamente messe in crisi, se non
completamente fuori uso...
Questa grande quantità di dati e considerazioni spiega perché le cosiddette
ipotesi semplicistiche - quelle che invocano cause naturali e etichettano il caso
Bermude come mera invenzione giornalistica - non siano soltanto superficiali,
ma deleterie. Esse, infatti, scoraggiano ulteriori indagini su quello che
potrebbe essere uno dei più affascinanti rebus scientifici del nostro tempo.
Con i tanti satelliti artificiali che gravitano tutt'attorno alla Terra, solo volendo,
oggi saremmo in grado di osservare le esplosioni di attività magnetica
con la stessa puntuale precisione con cui vengono segnalati terremoti e movimenti
della superficie. Potremmo valutarne intensità e frequenza al punto
da poterle prevedere. Il risultato non sarebbe solo quello di dare soluzione a
un pur grande mistero, ma anche di evitare che in futuro si verifichino tante
altre tragedie come quella della sparizione della squadriglia 19.
 
CAPITOLO 52.
LA COMETA DI  VELIKOVSKY.

Quando il ponderoso manoscritto di Mondi in collisione in quell'ormai lontano
1947 era approdato sulla scrivania di un redattore di New York, si vedeva
lontano un miglio che quelle pagine si portavano dietro una lunga storia di
rifiuti. Tuttavia, dopo averlo letto, il redattore ne era rimasto fortemente impressionato.
Stando all'autore, un certo Immanuel Velikovsky, la Terra era
stata devastata circa 3500 anni or sono da un incontro ravvicinato con una cometa.
Gli sconquassi tellurici, dalle eruzioni vulcaniche e dai maremoti che
ne erano conseguiti avevano seminato distruzione ovunque, cancellando civiltà
intere dalla faccia del pianeta. Si tratta, senza dubbio, di un manoscritto
erudito e colto e l'autore - che si presentava come un rispettabile psichiatra
- possedeva la rara qualità di raccontare cose affascinanti in un modo altrettanto
accattivante.
Il redattore lo aveva proposto all'editore, accompagnandolo con qualche nota
cautelativa. La cosa aveva messo in imbarazzo chi era chiamato a decidere.
L'editore Macmillan aveva fama di serietà e vantava un catalogo ricco e
glorioso; non si era mai sbilanciato in pubblicazioni stravaganti per le quali
potesse essere accusato di dare spazio alle proposte di lunatici e visionari. Alla
fine, si era giunti a un compromesso: a Velikovsky venne offerto un modesto
anticipo, in cambio l'editore si accaparrava il testo ma si teneva l'opzione
di decidere in un secondo momento se pubblicarlo o meno. Così era
stato. Un anno dopo, l'editrice aveva deciso per il sì e così il 3 aprile del 1950
la prima edizione di Mondi in collisione aveva fatto capolino negli scaffali e
nelle vetrine delle librerie. Nel giro di pochi giorni il libro era in testa a tutte
le classifiche Quando, nel settembre seguente, era arrivato in Inghilterra, lo
precedeva lo scalpore suscitato in America, al punto che la prima, pur consistente,
tiratura era già venduta prima ancora di essere stampata. Ad ogni buon
conto, per l'epoca i dubbi dell'editore Macmillan erano più che giustificati.
Le denunce e gli attacchi proposti con violenza nelle pagine del libro erano
“pillole” indigeste per molti e così il povero editore, per tornare a vivere sereno,
si era visto costretto a cedere i diritti ad altri. Nel frattempo, Velikovsky
era diventato uno degli uomini più disprezzati d'America.
Ma, in definitiva, chi era mai questo vulcanico e controverso psichiatra, che
era anche esperto in astronomia, geologia e storia del mondo
intero? Immanuel Velikovsky era un ebreo russo, nato nel
giugno del 1895 a Vitebsk, che
aveva studiato matematica a Mosca. Poi si era dedicato alla
medicina, laureandosi nel 1921. A Vienna era stato primo
allievo di Stekel, un seguace
convinto della scuola freudiana. Nel 1924 aveva trascorso qualche tempo in
Palestina per praticare la professione e in quel contesto si era avvicinato con
grande passione ai misteri archeologici. Ma il punto di svolta della sua carriera
era stata la lettura nel 1939 dell'opera di Freud dal titolo Mosè e il monoteismo.
In questo libro il grande maestro affermava che Mosè non era
ebreo ma egiziano, seguace della nuova religione monoteista del faraone
Akhenaton (vedi il Capitolo 39), il sovrano che aveva coraggiosamente sostituito
tutti gli dèi del pantheon egizio con l'adorazione di uno solo, il dio
Sole. Stando a Freud, dopo l'assassinio del faraone, Mosè era scappato dall'Egitto,
per andare a imporre quel nuovo credo agli Ebrei.
La prima obiezione a livello strettamente storico da muovere a questa ipotesi
sta nel fatto che si ritiene che Mosè sia vissuto per lo meno cento anni dopo
la morte del faraone illuminato; ma, a quanto pare, a Freud questo poco
importava: contestato il dato storico, si era lanciato senza timore nell'arena
della ricerca, sfidando tutti e tutto. Esaltato da questo esempio di coraggio intellettuale,
Velikovsky aveva pensato di fare lo stesso. Le sue approfondite ricerche
sulle antiche civiltà egizia, greca e del vicino Medio Oriente lo convinsero
che cronologie e date storiche ritenute ufficiali facevano acqua da
ogni parte e non erano affidabili. Ma era andato ancora oltre: per lui il faraone
Akhenaton altri non era stato che il leggendario Edipo, l'eroe del mito greco,
teoria suffragata dall'osservazione che, come Edipo, anche il faraone aveva
ucciso il padre e sposato la madre.
Procedendo di questo passo, Velikovsky aveva così costruito, poco alla volta,
una teoria al cospetto della quale anche gli ardimenti di Freud sembravano
poca cosa. Le piaghe che sconquassarono la terra d'Egitto e le altre clamorose
imprese mosaiche - il guado del Mar Rosso, la distruzione dell'armata
egizia, la discesa della manna dal cielo e così via - secondo Velikovsky
sarebbero fatti e fenomeni provocati da una immane catastrofe cosmica. Se
occorreva una qualche prova, Velikovsky ce l'aveva: un antico papiro egizio,
scritto da un saggio di nome Ipuwer, in cui si raccontano tutti questi eventi
per filo e per segno, secondo una narrazione stranamente molto simile a quella
biblica.
Nel 1939 Velikovsky si era trasferito negli Stati Uniti, continuando le sue
accanite ricerche bibliografiche e storiche. Ma, per essere più precisi, in che
cosa consisteva questa grande catastrofe? Già l'austriaco Hans Hoerbiger
aveva avanzato la teoria secondo la quale la Terra aveva avuto più lune (vedi
il Capitolo 1) e al collasso di una di queste era dovuta una spaventevole distruzione,
seguita a quegli sconvolgimenti planetari, diluvi e terremoti, ben
ricordati nel testo biblico. Ma Velikovsky si diceva contrario, non allineato
all'ipotesi di Hoerbiger, perché c'era qualcos'altro di ancora più eccitante.
Prima del II millennio a.C., ma forse ancora più lontano nel tempo, Venere
non faceva parte del gruppo di pianeti considerati dagli antichi astronomi. In
quel tempo, infatti, si trovava così vicino al Sole da essere scambiato per una
stella, non per niente ancora oggi continuiamo a chiamarlo “stella del mattino”.
Fosse anche stato veramente così, se Venere si fosse trovato in un altro
punto dello spazio, che c'entra questo con la teoria della
catastrofe? Per Velikovsky c'entra moltissimo, dal momento che
nelle sue ricerche afferma di
essersi imbattuto in antiche testimonianze in cui si racconta della collisione
sfiorata fra la Terra e una cometa. E nelle leggende di mezzo mondo, dalla
Grecia al Messico, a questo cataclisma cosmico si associa sempre, guarda un
po', il pianeta Venere. Un altro punto, poi, lo incuriosiva al massimo: un'altra
considerevole serie di miti collegava invece la catastrofe con Zeus, il padre
degli dèi, Giove per i Romani. Per fare tornare i conti, i due filoni leggendari
dovevano coincidere. Alla fine, Velikovsky ce l'aveva fatta, giungendo
alla sconvolgente conclusione che «Venere era nato da Giove», vale a dire
in termini planetari che una gigantesca massa si era staccata dal pianeta più
grande dando origine a uno nuovo più piccolo, a seguito di una terrificante
esplosione. Configuratosi in principio come una specie di cometa, Venere era
passato così vicino a Marte da fargli cambiare orbita celeste, quindi si era avvicinato
alla Terra provocando tutte le catastrofi di cui abbiamo nozione nella
Bibbia e nelle antiche leggende e alla fine si era tracciato la propria orbita
attorno al Sole, quella stessa che percorre ai nostri giorni.
Sembra pura fantasia, per non dire fantascienza, eppure gli argomenti addotti
da Velikovsky sono affascinanti e, tutto sommato, reggono bene. Senza
contare, poi, che contrariamente a quegli autori che costruiscono scenari posticci
e falsi per approfittare di un momento di popolarità e
successo, Velikovsky trascorse in pratica tutta la vita alla
ricerca di sempre nuove prove
che corroborassero la sua intuizione. Quando, per esempio, gli necessitò disporre
di una analisi spettrografica dell'atmosfera di Marte e Venere, non aveva
avuto esitazione a contattare l'eminente astronomo Harlow Shapley. Questi,
a sua volta, era un personaggio controverso, sin da quando nel 1919 aveva
candidamente annunciato - sconfessando ciò che fino a quel momento la
scienza riteneva corretto - che il sistema solare a cui la Terra appartiene non
si trovava affatto al centro della galassia Via Lattea, ma sul bordo, lungo la
periferia. Ancora una volta, era stata la presunzione dell'uomo a prevalere indicando
un centro che in verità era molto più modestamente una lontana periferia
cosmica. Fatto sta che Velikovsky trovò in Shapley un osservatore
competente e interessato alla sua teoria e alle sue idee controcorrente. L'emerito
astronomo si rivelò gentile e affabile, anche se annunciò sin da subito
a Velikovsky che, per i troppi impegni, non gli avrebbe garantito la lettura del
suo libro; ma che senz'altro l'avrebbe fatto esaminare da un suo fido collega,
un sociologo di nome Horace Kallen. Il quale si attenne alla consegna e, a lettura
terminata, espresse tutta la sua emozione. Riferì a Shapley che si trattava
di un lavoro ben fatto e serio, oltre che sconvolgente e che, qualora anche
quelle idee si fossero rivelate sbagliate, questo non avrebbe sottratto un grammo
al fascino delle tesi esposte. Era stato in conseguenza di questo giudizio
positivo che l'editore Macmillan aveva dato corso alla pubblicazione di Mondi
in collisione.
Nel gennaio del 1950, tre mesi prima dell'uscita, la
prestigiosa rivista «Harper's», aveva dedicato un articolo al
libro in via di edizione e il suo illustre
parere aveva suscitato un grande interesse. A questo punto, la reazione di
Shapley era stata curiosa. Egli, infatti, aveva scritto all'editore complimentandosi
per avere saputo che non avrebbe pubblicato il libro, notizia che lo
aveva alquanto sollevato. D'altra parte, tutti gli scienziati con i quali aveva
affrontato la discussione avevano giudicato il lavoro una massa di sciocchezze,
stupendosi che un editore serio e preparato come Macmillan avesse anche
solo preso in considerazione la possibilità di dare alle stampe un simile lavoro,
molto più vicino alle “arti occulte” che alla scienza.
La risposta dell'editore era stata chiara: non si trattava, certo, di scienza pura,
tuttavia le tematiche affrontate con tanta intraprendenza potevano interessare
anche gli uomini di scienza e suscitare un vivace dibattito
culturale. Shapley aveva nuovamente ribadito che le teorie di
Velikovsky erano «insulsaggini»
e che il giorno in cui in un hotel di New York, l'autore gli si era avvicinato,
lo aveva fatto con molta arroganza. Ciò che Velikovsky raccontava in
quel libro era «materiale fraudolento a livello intellettuale», un'invenzione
architettata solamente per fare quattrini. Alla fine concludeva che se l'editrice
lo avesse pubblicato avrebbe anche dovuto depennare il suo nome dalla lista
dei suoi autori.
Bellamente ignorando questa minaccia dal chiaro sapore di ricatto, Macmillan
ad aprile aveva pubblicato il libro. La sensazione di avere fra le mani un
autentico best-seller era infatti andata crescendo poco alla volta. L'America
era un grande paese di “fondamentalisti”, vale a dire di gente che prendeva
alla lettera ogni parola scritta nella Bibbia e che si rallegrava ogni qual volta
altre voci, come quella della scienza per esempio, dava testimonianza che ciò
che stava scritto nel sacro libro rispondeva al vero. (Lo stesso successo che
promosse il celeberrimo libro di Werner Keller dal titolo La Bibbia aveva ragione,
best-seller di qualche anno dopo, 1956). Ora, di certo, gli Americani
sarebbero corsi a comprare il libro di Velikovsky, dove da parte di un uomo
di scienza si dava piena conferma che le acque del Mar Rosso si erano aperte
al cospetto di Mosè e le incrollabili mura di Gerico si erano realmente
sgretolate al suono delle trombe degli Ebrei. E così era stato: migliaia di intelligenti
e appassionati lettori avevano condiviso una felice galoppata nel
mondo di una speculazione scientifica che compartecipava alle loro credenze
di fondo.
Ovviamente, gli scienziati si schierarono contro. Una delle poche eccezioni
fu Gordon Atwater, responsabile del Dipartimento di astronomia del Museo
di storia naturale di New York, il quale pubblicò un articolo in cui invitava
tutti i colleghi a affrontare il libro di Velikovsky con mente libera da pregiudizi.
Risultato: il poveretto venne rimosso dall'incarico. James Putnam, il redattore
che aveva consigliato la pubblicazione alla Macmillan venne licenziato.
Soloni e professori inondarono di lettere di protesta la Macmillan, dichiarando
apertamente che qualora avesse continuato a tenere nel proprio catalogo
il titolo di Velikovsky essi non avrebbero più utilizzato i libri dell'editrice
come volumi di testo. Dinanzi a tanto, questa volta la Macmillan non
aveva più osato sfoderare il coraggio che l'aveva portata a stampare il libro
ignorando l'illustre parere di Shapley, e così aveva passato i diritti
alla Doubleday, un'editrice che non aveva libri di testo universitari da difendere, ma
che neppure si rendeva conto che con quel libro parascientifico gli era arrivata
fra le mani un'occasione commerciale unica. Ma le minacce non erano
finite. Avuta la notizia che sarebbe stata la Doubleday a stampare Velikovsky,
all'attacco era partito Fred Whipple, colui che aveva ereditato la cattedra di
Shapley ad Harvard. Questi, con tono secco (vedi il libro di Blakiston dal titolo
Velikovsky Reconsidered) esprimeva la sua condanna all'operazione, minacciando
di far uscire dal catalogo dell'editrice la sua opera intitolata Earth,
Moon and Planets. (Circa vent'anni dopo, Whipple negò di aver mai scritto
una simile lettera minatoria).
Persino lo stesso Velikovsky era stranito dalla violenza delle reazioni. Aveva
impiegato quasi trent'anni per elaborare la sua ipotesi, non si aspettava
certo che nessuno gliela contestasse, ma che la cosa si trasformasse in una
persecuzione gli sembrava davvero eccessivo. Volendo, era anche d'accordo
nel riconoscere qualche eventuale errore nella valutazione del tipo di catastrofe;
ma non doveva esserci alcun dubbio sul fatto che qualcosa di grandioso
era successo, sconvolgendo l'intero pianeta. Perché, invece di aggredire
la sua persona considerandolo alla stregua di un folle, i suoi critici non
provavano a prendere in considerazione ciò che aveva scritto, eventualmente
criticando le sue teorie invece che lui? Visto che la risposta era stata negativa,
l'unica cosa che restava da fare era procedere nella raccolta delle prove.
Testimonianze che nei restanti ventinove anni di vita, Velikovsky seppe raccogliere
in modo schiacciante e sorprendente fino alla morte, avvenuta il 17
novembre del 1979, all'età di ottantaquattro anni. Al primo lavoro, nel 1955
era succeduto Earth in Upheaval, forse il suo libro migliore, in cui le prove
scientifiche di avvenute, antiche catastrofi sono numerosissime. Anche questa
volta la scienza si era sentita oltraggiata. I biologi soprattutto attaccarono
il testo, visto che in quelle pagine si sosteneva come la teoria darwiniana della
“evoluzione graduale” fosse piena di pecche, risultando molto più credibile
immaginare il mutamento scaturito dagli effetti delle radiazioni sui geni
mutanti. Poi erano seguiti altri quattro libri, una serie dallo stesso Velikovsky
intitolata Ages in Chaos, la cui tesi fondamentale consiste nel sostenere che
gli storici del mondo antico erano incorsi in errori grossolani nella datazione
dei tempi, al punto che dalle cronologie canoniche sarebbe necessario abolire
un periodo di non meno di 600-700 anni. Nella Storia
rivisitata da Velikovsky, la regina egiziana Hatshepsut, per
esempio, vissuta secondo la tradizione
classica attorno al 1500 a.C., diventa contemporanea di re
Salomone, vissuto quanto meno quattro secoli dopo (Velikovsky,
infatti, la identifica
con la leggendaria regina di Saba), mentre il faraone Ramesse II - che la
Storia canonica data attorno al 1250 a.C. - diventa coevo di Nabucodonosor,
normalmente collocato 600 anni dopo. L'epocale invasione barbarica dei cosiddetti
“Popoli del mare”, datata al 1200 a.C., viene ricollocata a metà del IV
secolo a.C., al tempo di Platone. Le tematiche e gli argomenti affrontati in
questa serie di volumi - Ages in Chaos (1953), Oedipus and Akhenaton
(1960), Peoples of thè Sea (1977) e Ramesses il and His Time (1978) - sono
più interessanti per storici e sociologi che non per scienziati, ma, al pari degli
altri titoli, offrono una lettura estremamente affascinante.
Velikovsky aveva in programma altre due pubblicazioni The Dark
Age in Greece e The Assyrian Conquest, che non vennero mai
portate a termine; ma un terzo volume
della serie relativa a Mondi in collisione, dal titolo Mankind in Amnesia è lo
stesso comparso nel 1982. Vi si espande una parte delle tematiche già affrontate,
aggiungendo che la terribile catastrofe aveva provocato anche una amnesia
collettiva nell'umanità. Si tratta di un testo in chiave decisamente freudiana
che conferma comunque ancora una volta l'incredibile capacità
di Velikovsky di creare un'atmosfera speciale, tale da
innescare nel lettore un'eccitazione
intellettuale anche quando i temi discussi sono sconvolgenti, per
non dire a tratti addirittura irritanti.
Fino a che punto, dunque, Velikovsky merita di essere preso sul serio? Può
essere considerato come un antesignano, un altro Freud, oppure lo dobbiamo
classificare alla stregua di Erich von Dàniken? Non c'è dubbio che la base su
cui poggia il primo libro è alquanto innovativa: molti degli eventi singolari
descritti nella Bibbia come, per esempio, l'apertura del Mar Rosso o il crollo
delle mura di Gerico, si sarebbero verificati a seguito di una catastrofe cosmica.
Avanzare obiezioni a questa ipotesi ha però poco senso, nel momento
in cui non ci si cura dell'asserzione che sta ancora più a monte, ossia che il
pianeta Venere è il più giovane della compagnia che costituisce il sistema solare.
Un bel rebus, tutto sommato. Anche perché, che Velikovsky abbia o meno
ragione, molte delle sue osservazioni sono state ampiamente confermate.
Gli astronomi sostengono che Giove non avrebbe mai potuto essere la scaturigine
di un altro corpo celeste come una cometa perché è troppo freddo e poco
attivo. Tuttavia, in un noto e diffuso manuale di Astronomia a firma di
Skilling e Richardson (1947) si legge: «Dal momento che Giove sta 5,2 volte
più distante rispetto alla Terra dalla fonte di calore del sistema, ne consegue
che riceve solamente 1/5,22 ossia 1/27 di calore rispetto a noi. Una simile
variazione, induce una temperatura alquanto bassa sulla sua superficie, che
potremmo valutare attorno a meno 140 gradi C». I rilievi delle sonde spaziali la
fanno scendere ancor di più - meno 150 gradi C - anche se attestano che la superficie
del grande pianeta è tutta un ribollire di immense esplosioni. Nello stesso
testo, si segnala che la temperatura superficiale di Venere «potrebbe essere
vicina a quella di ebollizione dell'acqua». Velikovsky parla di valori molto
più alti, visto che in termini astronomici Venere è per lui il pianeta più giovane.
Ebbene, la sonda americana Mariner II gli ha dato ampiamente ragione
riscontrando una temperatura superficiale di almeno 900 gradi C. Inoltre, come si
sa, Venere è l'unico fra tutti i pianeti del sistema solare che ruota in senso inverso
rispetto agli altri, una stranezza che sembra inspiegabile nel caso in cui,
come si crede, il pianeta sia nato contemporaneamente agli altri e secondo lo
stesso processo cosmico.
Le sonde spaziali sovietiche hanno evidenziato che Venere è teatro di spettacolari
tempeste elettriche. Secondo Velikovsky tutti i pianeti sono sede di
potenti campi magnetici, quindi un passaggio ravvicinato fra la Terra e una
meteora deve aver prodotto effetti permanenti. La scoperta della fascia di Van
Allen disposta tutto attorno alla Terra sembrerebbe essere una conferma di
questo. Anche i movimenti di rotazione di Venere e Terra
mostrano collegamenti interessanti; Venere, fra l'altro, ad
ogni congiunzione inferiore ci mostra
sempre la stessa faccia, fenomeno che potrebbe essere determinato dall'intimo
intrecciarsi dei reciproci campi magnetici. Negli anni Cinquanta, le
affermazioni di Velikovsky a proposito dei campi elettromagnetici spaziali
vennero accolte con ironia e con molto scetticismo, basti pensare che Martin
Gardner nel suo libro Fads and Fallacies in thè Name of Science arriva a dire
che la grande abilità di Velikovsky consisteva nell'essersi inventato delle
forze capaci di muoversi e agire esattamente secondo i suoi desideri. Sulla
scorta delle osservazioni sui campi elettromagnetici, Velikovsky profetizzò
Giove come attiva sorgente di onde radio, attribuendo al Sole un campo magnetico
di rara potenza. Uno dei tanti critici, il professor Donald Menzel,
obiettò che il modello solare di Velikovsky era assurdo, contemplando un potenziale
elettrico calcolato attorno ai 109 volt. Ebbene, il tempo ha confermato
con esattezza ambedue le cose: Giove emette onde radio e il potenziale
elettrico del Sole non si dovrebbe discostare dal valore che Menzel indicava
come improbabile. A questo punto, non è bestemmia affermare che alcune fra
le idee immaginate da Velikovsky oggi fanno parte del ricco bagaglio di conoscenze
dell'astrofisica ufficiale, anche se non ci sarà mai nessuno pronto a
riconoscere che la priorità delle osservazioni va ascritta proprio alla sua geniale
intuizione.
Un altro argomento in cui Velikovsky sembra essere riuscito a centrare il
bersaglio è la questione del ribaltamento dei poli magnetici terrestri. Sappiamo
che quando il magma vulcanico si raffredda o quando un mattone si secca,
i minerali magnetici inglobati si orientano nella direzione del campo magnetico
terrestre. Al volgere del secolo Giuseppe Folgheraiter esaminò dei
vasi etruschi per prendere nota delle variazioni magnetiche, restando sconcertato
nel constatare un totale ribaltamento del campo magnetico planetario
attorno all'epoca corrispondente all'VIII secolo a.C. Alcuni scienziati spiegarono
il fatto semplificando di gran lunga la questione, dal momento che le ceramiche
avrebbero potuto essere state cotte in posizione rovesciata, a testa in
giù, per intenderci. Ma nel 1906 Bernard Brunhes rintracciò lo stesso fenomeno
di ribaltamento magnetico in certe rocce vulcaniche da lui prese in esame.
Approfondendo ancora la ricerca, venne fuori che negli ultimi tre milioni
e mezzo di anni l'inversione della direzione del campo magnetico si era
verificata in almeno nove occasioni. Ovviamente, nessuno era in grado di offrire
una risposta plausibile salvo Velikovsky. A suo dire il mutamento era
stato determinato dall'avvicinarsi alla Terra di altri grandi corpi celesti e
senz'altro lo scontro sfiorato Venere-Terra rispondeva a uno di questi frangenti.
Gli oppositori osservarono che nell'ultimo mezzo milione di anni non
si era registrato nulla; ma era una constatazione errata, perché, col tempo si
sono scoperti due precisi momenti di cambiamento, rispettivamente 28.000 e
12.500 anni prima della nostra era. Lo smacco era stato così forte che Harold
Urey, uno dei suoi più accaniti contestatori, fu costretto a riconoscere, suo
malgrado, che a quel punto la teoria della vicinanza di altri corpi celesti poteva
forse essere la sola in grado di spiegare l'intricata faccenda del rovesciamento
dei poli magnetici terrestri. Tuttavia, quella che era attesa come la
prova conclusiva e decisiva, un ribaltamento verificatosi attorno al 4500 a.C.
non venne mai rintracciata, né lo è a tutt'oggi.
Coloro che guardano a Velikovsky come a un grande innovatore comparabile
a Freud, debbono però onestamente riconoscere come, al pari del grande
psichiatra, anch'egli presenti nelle sue teorie non pochi punti deboli, in modo
particolare, il vizio di far propria una teoria non convenzionale e di difenderla
con grande ostinazione all'interno di un rigido dogmatismo. Ad ogni
buon conto, in chiusura, gli si deve riconoscere che, corretta o meno che sia
la sua teoria venusiana, alcune delle sue intuizioni sembrano esatte. Proprio
come Keplero, approdato a giuste conclusioni partendo da motivazioni scorrette
(come per esempio la convinzione che l'universo fosse configurato sul
modello della Santa Trinità), Velikovsky sembrava vantare la stessa innata,
intuitiva genialità, tipica del grande innovatore. Persino Carl Sagan, un altro
dei suoi acerrimi contestatori, arriva ad ammettere: «La straordinaria e affascinante
concatenazione di miti e leggende fatta riemergere da Velikosky mi
ha sempre impressionato... se anche solo il venti per cento di questi dati risultasse
reale, ebbene, si deve riconoscere che abbiamo davvero qualcosa di
molto importante da scoprire».
 
CAPITOLO 53.
UFO: OGGETTI VOLANTI NON IDENTIFICATI.

Non c'è dubbio che i “dischi volanti” rappresentano il mistero più grande
e avvincente dell'era post seconda guerra mondiale. Le teorie elaborate per
spiegarli si contano a decine e vanno dall'idea di visite da parte di esseri
alieni provenienti dallo spazio (o da un'altra dimensione) alla suggestione
che si tratti di una sorta di fenomeno paranormale, non tanto diverso dai fantasmi.
Fra gli intellettuali che si sono espressi, la teoria più nota è quella
proposta dallo psicologo C. G. Jung, il quale immagina che gli UFO (oggetti
volanti non identificati) altro non siano che “proiezioni” della mente inconscia;
un modo elegante e scientificamente corretto per dire che non posseggono
più concretezza dell'elefante rosa di cui parlano sovente gli svitati o i
nevrotici. Anche se molti fra gli stessi junghiani preferiscono ignorare - o
forse non lo sanno davvero - che negli ultimi anni Jung
ritrattò completamente questa idea, confessando poco prima di
morire di aver mutato d'avviso
rispetto ai dischi volanti, che si era ormai convinto fossero oggetti concreti
e reali.
La storia moderna dell'ufologia inizia il 24 giugno del 1947 quando un pilota
civile e uomo d'affari di nome Kenneth Arnold, mentre stava sorvolando
la zona del monte Rainier nello stato di Washington, aveva avuto modo di osservare,
contro lo sfondo dei picchi montani, nove dischi scintillanti che si
muovevano a grande velocità; più tardi lo stesso Arnold la stimò in oltre i
1500 km orari, una velocità impossibile per qualsiasi velivolo del tempo. Le
misteriose cose si muovevano in formazione, come anatre in volo, comparendo
e scomparendo dietro le vette delle montagne. Il loro caratteristico modo
di spostarsi le faceva rassomigliare a «piatti che scivolavano sull'acqua»,
da qui la definizione “piatti o dischi volanti”.
La storia raccontata da Arnold fece in breve il giro dell'America, perché il
personaggio oltre a essere competente era un testimone affidabile; nel momento
in cui aveva visto gli oggetti stava sorvolando la zona al fine di individuare
i resti di un aereo privato precipitato e non aveva alcun motivo per
inventarsi una vicenda tanto singolare. Quattro giorni dopo, due piloti e due
ufficiali dei servizi segreti avvistarono una luce brillante compiere strane
evoluzioni nel cielo della base Maxwell dell'Aeronautica militare a Montgomery,
in Alabama; mentre nel Nevada un pilota aveva pure lui osservato una
formazione di oggetti volanti non identificati. Questi e molti altri avvistamenti
echeggiarono con grande risonanza sulla stampa nazionale e in
breve la faccenda dei dischi divenne di dominio pubblico. Le
segnalazioni aumentavano di giorno in giorno, da centinaia a migliaia.
Nel gennaio dell'anno successivo, il 1948, un oggetto non identificato venne
avvistato nel cielo della base Godman dell'Aeronautica militare, in Kentucky.
Visto che alcuni caccia F-51 Mustang erano già in volo di esercitazione,
a tre di loro era stato impartito l'ordine di avvicinare la “cosa” sconosciuta.
In un attimo uno dei caccia, quello guidato dal capitano
Thomas Mantell, si era staccato dagli altri, avvicinandosi
rapidamente all'oggetto ignoto.
Alla base era giunta questa comunicazione: «Scorgo davanti a me qualcosa,
continuo a salire». «Di che si tratta?» «Si direbbe un oggetto metallico, di
grandi dimensioni». Trascorsi alcuni istanti, un altro messaggio: «Mi sta davanti,
in alto, ma sto guadagnando terreno. Sto raggiungendo quota 6000 m».
Ma queste erano state le ultime parole di Mantell. Nei giorni successivi i resti
del suo aereo erano stati trovati a oltre 150 km dalla base.
La storia, ovviamente, aveva del sensazionale: «Un oggetto volante sconosciuto
distrugge un caccia dell'Aviazione». La spiegazione ufficiale non si
era fatta attendere. L'ufficio stampa dell'Aeronautica rivelò che Mantell aveva
scambiato la luce del pianeta Venere per un oggetto sconosciuto, una storiella
che non convinse nessuno. D'altro canto, si trattava di una risposta perfettamente
in linea con quella data dieci giorni dopo l'avvistamento di monte
Rainier: il pilota civile signor Arnold aveva preso pure lui un abbaglio, insomma
era stato vittima di una allucinazione.
Come logica impone, la bagarre nata sui giornali aveva intanto diffuso un
senso di isteria e nervosismo fra la gente e i casi si erano ulteriormente incrementati.
Bastava vedere qualcosa di strano in cielo per gridare agli UFO,
anche se la spiegazione poteva essere un normalissimo aereo di linea o un
pallone sonda. Ma, viene da chiedersi, è mai possibile che centinaia, migliaia,
poi milioni di persone soffrissero e soffrano tutte quante di allucinazioni,
lasciandosi così facilmente ingannare? Un censimento statistico condotto
dalla Gallup nel 1966 rivelò che non meno di cinque milioni di Americani
avevano avvistato un UFO almeno una volta nella loro vita e alcune
esperienze si erano verificate a distanze ravvicinate. Appena qualche giorno
dopo l'avvistamento di Arnold, dal porto di Mombasa si era staccata la nave
SS Llandover Castle diretta verso la città sudafricana di Cape Town. Una sera,
attorno alle undici, la signora A. M. King, di Nairobi, mentre se ne stava
tranquilla sul ponte in compagnia di un'amica, aveva avuto modo di osservare
in modo distinto una stella che puntava diritta verso la nave. Ad un tratto
la luce era scomparsa, ma in compenso si era acceso un grosso fanale che
proiettava un largo fascio di luce sulla superficie del mare a non più di 50 m
dalla nave. Si era così reso visibile un oggetto cilindrico e metallico, «una
specie di sigaro volante con la coda tronca». Poteva essere almeno quattro
volte più grande della nave e si muoveva nella sua stessa direzione. Poi, all'improvviso,
se n'era andato, sputando fiamme e luci dalla parte tronca retrostante.
A dispetto di avvistamenti come questi, ma soprattutto indifferente al loro
continuo aumentare, l'Aeronautica, frattanto, continua a sostenere trattarsi di
errori, inganni, burle, allucinazioni, se non addirittura di bugie programmate.
Tuttavia, per fare chiarezza, nel settembre del 1947, la stessa Aeronautica varava
un progetto di ricerca, battezzato in codice “Project Sign”, poi confluito
nel ben più noto “Project Blue Book”. Uno dei fautori e coordinatori dell'impegno
era l'astronomo J. Allen Hynek, il quale, partito come scettico, si
era andato poco alla volta convincendo che i testimoni raccontavano la verità
e che gli UFO erano reali. Da parte sua, l'Aeronautica manteneva le distanze
con profondo scetticismo. Con l'inizio degli anni Sessanta il sospetto che i
militari ordissero una vera e propria congiura del silenzio si fece così pesante
da indurre nel 1965 le autorità a organizzare un altro progetto di ricerca.
Questa volta l'incarico venne affidato a Edward U. Condon, fisico di fama,
concedendo finanziamenti alla Università del Colorado. Ma quando, nel
1969, il gruppo di Condon rese note le sue conclusioni, non ci volle molto per
intendere che si allineavano a quelle già espresse dall'Aeronautica, un giornale
liquidò l'intera faccenda con un sintetico, ma chiarissimo, trafiletto, riconducendo
le 965 pagine del rapporto a una sola frase: «È ufficiale: gli oggetti
volanti non identificati non esistono».
Uno dei problemi di fondo consisteva nel fatto che non solo gli avvistamenti
erano troppi, ma alcuni sconcertanti e incredibili per poter essere presi sul serio
e sembrava che l'intero campo dell'investigazione si fosse trasformato in
una sorta di fiera delle assurdità. In un libro intitolato I dischi volanti sono atterrati
un polacco americano, George Adamski, confessò che nel 1952 in
compagnia di alcuni altri appassionati ufologi, recatosi nel deserto della California,
seguendo un itinerario dallo stesso Adamski suggerito, aveva avvistato
in cielo un grosso oggetto volante a forma di sigaro. Munito di macchina
fotografica, si era un poco appartato dal gruppo e, poco distante, aveva
scorto un disco volante atterrato. Corso sul posto, aveva trovato un disco volante
e si era incontrato con un uomo di bassa statura, dai lunghi capelli biondi
che gli scendevano sulle spalle, il quale, tramite il linguaggio dei segni, gli
aveva fatto capire di provenire da Venere. Poi era volato via a bordo del suo
disco. I compagni di Adamski avevano assistito all'incontro da lontano e
quando era stato necessario testimoniarlo non avevano esitato a firmare dei
documenti notarili. In un secondo libro, A bordo dei dischi volanti, Adamski
raccontava di essere salito sul disco - che chiama «disco di ricognizione» - e
di aver fatto un viaggio nello spazio, in compagnia del suo amico venusiano,
di un marziano e un saturniano. Nell'occasione erano anche attraccati alla nave
madre. Un'altra volta Adamski aveva raggiunto la faccia nascosta della
Luna, dove aveva visto una vegetazione rigogliosa, con grandi alberi e aveva
potuto scorgere animali a quattro zampe dotati di pelliccia. Gli erano anche
state mostrate su un grande schermo televisivo alcune scene in movimento
della vita che si svolgeva su Venere, dove c'erano città, montagne, fiumi e laghi.
Adamski morì nel 1965, quattro anni prima dello sbarco sulla Luna. Tre
anni prima però la sonda spaziale Mariner II passando in prossimità di Venere
aveva ampiamente dimostrato che la sua atmosfera di gas e acidi solforici
non avrebbe in alcun modo potuto consentire la vita così come la conosciamo,
smentendolo completamente. Ma queste dichiarazioni avevano lasciato
Adamski del tutto indifferente, facendogli dichiarare che era ancora da provare
se una semplice sonda spaziale fosse più vera e concreta di un venusiano
reale. Sulla scia di questo coraggioso entusiasmo, Adamski aveva così trascorso
gli ultimi anni di vita girando il mondo in un lungo e in largo, tenendo
conferenze e incontri sui dischi volanti, ascoltato da pletore di fan e appassionati.
Stessa celebrità raggiunse il dottor George Hunt Williamson, un amico di
Adamski, una delle persone presenti nel deserto il giorno in cui era atterrato
il ricognitore alieno. In un libro intitolato I dischi volanti parlano racconta
come fosse riuscito a entrare in contatto con gli extraterrestri per il tramite
della scrittura automatica e come dopo, grazie alla collaborazione di un radio
operatore (un certo, misterioso signor R.), avesse instaurato un collegamento
diretto. Gli alieni dicevano di provenire dal pianeta Marte, Masar nella loro
lingua. La Terra stava correndo un grave pericolo di distruzione. «In questo
momento le forze del male e del bene si contrappongono violentemente. L'organizzazione
è molto importante per sopravvivere». Secondo Williamson, le
intelligenze aliene stavano osservando la Terra da più di 75.000 anni ed ora
erano pronte a salvare il nostro pianeta, rivelando tutti i grandi segreti dell'universo,
la vita, Dio e la sua collocazione nell'immenso quadro della creazione.
In un altro libro dal titolo The Secret Places of thè Lion, Williamson
prova a rivelare alcuni di questi segreti; sostiene di averne trovato soluzione
all'interno della grande biblioteca di un'antica e abbandonata città del Perù,
un luogo dove un maestro, un sopravvissuto dei Grandi antichi, trovava ancora
dimora. (Il maestro vantava qualche migliaio di anni d'età. Già era sulla
Terra quando i giganti la abitavano). In questi sacri libri (l'autore ringrazia
un vecchio monaco per le gentili traduzioni dei testi) si racconta come il popolo
delle stelle giungesse sulla Terra 18 milioni di anni or sono (molto prima,
quindi, della comparsa dell'uomo) e da quel momento non si sia mai
stancato di collaborare all'evoluzione della vita sul pianeta. Le testimonianze
sono tuttora disponibili, solo che sono segretamente celate in camere e
luoghi ignoti a tutti. Una delle navi spaziali usate dai colonizzatori alieni si
trova sepolta sotto la base della Grande Piramide d'Egitto, che venne innalzata
la bellezza di 24.000 anni fa e non solo 4.500 come gli egittologi credono
e vogliono farci credere. Il popolo delle stelle non ha mai abbandonato la
Terra, perché i suoi spiriti più elevati non cessano di reincarnarsi nei grandi
uomini dell'umanità. Così, per esempio, Tiyi, moglie del faraone Amenothep
III, è tornata sotto le spoglie della Regina di Saba, Nefertiti, la regina Ginevra
(la sposa di re Artù) e Giovanna d'Arco; mentre il principe egiziano noto col
nome di Seti, nella Storia è stato Isaia, Aristotele, l'apostolo Giovanni e Leonardo
da Vinci. In pratica, The Secret Places ofthe Lion è la storia dell'umanità
in relazione alle antiche testimonianze dei nostri antenati stellari. Si deve
ammettere che sotto il profilo della lettura le pagine si rivelano piuttosto
affascinanti. Peccato che Williamson non spieghi mai perché il suo caro amico
Adamski non abbia fatto accomodare anche lui, almeno una volta, a bordo
del disco venusiano; avrebbe avuto anche altre frecce al suo arco per convincerci...
Come già abbiamo ricordato più di una volta in queste pagine, nel 1960
usciva in Francia un libro straordinario, che lasciò un segno profondo nella
nostra cultura. Parlo di Il mattino dei maghi di Louis Pauwels
e Jacques Bergier, divenuto all'istante un best-seller
tradotto in tutte le lingue. Nelle sue
pagine vengono affrontati molti misteri - alchimia, astrologia, magia nera,
antiche enigmatiche costruzioni, quali la Grande Piramide - ma l'argomento
principale, quello che sottende l'intero apparato del libro, è il concetto della
“verità perduta”, portata sulla Terra dal di fuori, ossia da viaggiatori extraterrestri.
Vi si affronta la questione della mappa di Piri Reis , databile attorno al
XVI secolo, in cui si vede raffigurata la terra antartica (che sarebbe stata ufficialmente
scoperta solo tre secoli dopo) e dove si distingue chiaramente la
striscia di terra fra Siberia e Alaska - un ponte di collegamento che i geologi
ci dicono sia scomparso migliaia di anni fa, dando origine allo Stretto di Bering
- particolari che spingono a ritenere che una tale precisione la si sia potuta
ottenere solamente con un'osservazione dall'alto, impresa fino a prova
contraria evidentemente impossibile qualche migliaio di anni or sono. Ma il
libro è anche pieno zeppo di inesattezze; per esempio, parlando di Piri Reis
(che era un pirata turco decapitato nel 1554) come di un ufficiale della Marina
americana del XIX secolo. Il pregio e il valore del libro stanno nell'incredibile
entusiasmo suscitato, uno slancio che secondo alcuni contribuì in modo
decisivo all'aumento esponenziale dei presunti avvistamenti ufologici
proclamati dai loro sostenitori, convinti che gli alieni ci visitassero da migliaia
di anni, come d'altra parte testimoniato chiaramente anche nelle apparizioni
riportate nei testi sacri e in specie nella Bibbia (i carri di fuoco di Ezechiele,
per esempio).
Ma fu solo nel 1967 che la “teoria degli antichi astronauti” riuscì a imporsi
a un uditorio mondiale, assai più esteso. L'innesco era, ancora una volta, un
libro il cui titolo originale era Gli extraterrestri torneranno (proposto in lingua
inglese come Chariots of thè Gods?, titolo noto in ogni dove). Un quotidiano
se la sbrigò rapidamente titolando la recensione con questa sintetica
frase: Dio era un astronauta? Autore del best-seller era Erich von Daniken,
abile nel prendere in prestito, qua e là, le idee di chi l'aveva preceduto come
Williamson, Pauwels e Bergier, ma altrettanto bravo nel presentare le stesse
idee in modo quanto mai intrigante e affascinante. Il concetto che sta alla base
dell'opera di von Daniken è che sulla Terra esistono monumenti antichi -
come la Grande Piramide, le statue dell'isola di Pasqua, le piramidi messicane,
i megaliti di Camac e Stonehenge - che furono innalzati solo grazie all'opera
degli extraterrestri, perché la formidabile tecnologia richiesta non poteva
essere disponibile per civiltà del tempo a cui la nostra archeologia tradizionale
è solita attribuire queste costruzioni. Anche in questo caso, non tutte
le informazioni sono esatte, anzi: per esempio, il peso della Grande Piramide
viene indicato come cinque volte superiore al reale, oppure si citano leggende
appartenenti alla Epopea di Gilgamesh che non compaiono in nessuno dei
testi relativi a questa saga epica. A ben scrutare, alla fine, la maggior parte
degli argomenti affrontati da von Daniken risultano alterati o fasulli. Egli insiste
nel sostenere che le celeberrime statue dell'isola di Pasqua sarebbero
troppo pesanti per essere state sollevate dagli indigeni nativi. Peccato che il
grande esploratore e viaggiatore Thor Heyerdahl sia riuscito in tempi moderni
a convincere gli attuali abitatori dell'isola a scavare, scolpire e sollevare in
piedi una statua simile ottenendo un successo pieno e totale. Afferma che la
Grande Piramide non può essere stata costruita dagli antichi Egizi perché non
conoscevano l'uso delle funi, mentre nei Testi delle Piramidi immagini e
scritte dimostrano chiaramente il contrario. Quello che secondo von Daniken
dovrebbe essere un astronauta rinchiuso all'interno di una capsula spaziale, il
celeberrimo “pilota” della stele di Palenque, per gli archeologi e gli studiosi
della civiltà maya altro non è che una normalissima raffigurazione funeraria,
ricca di simboli tradizionali come uccelli, serpenti e così
via. Le linee di Nazca, giganteschi tracciati e disegni che si
distendono nella grande piana peruviana,
osservabili nella loro complessità e interezza soltanto con una vista
dall'alto, per lui sono delle piste di atterraggio per le astronavi aliene. In
realtà, le linee sono ricavate rimuovendo per un lieve spessore la crosta superficiale
del terreno ed è assolutamente impensabile immaginare che vi possano
atterrare dei velivoli dal momento che un solo atterraggio sarebbe sufficiente
a cancellarle o alterarle. Non solo. Von Daniken dice di aver anche
scoperto fra le linee una sorta di «baia di parcheggio». Niente di più strampalato.
Meglio osservando, si riconosce che la sua “baia” altro non è che parte
del gigantesco disegno di un uccello (l'articolazione della zampa) e che la
superficie utile potrebbe giusto servire come parcheggio per biciclette e non
certo per astronavi galattiche. Davanti alle contestazioni, von Daniken si è
trincerato dietro l'errore di un editore, fatto sta che nelle successive edizioni
dei suoi libri tutto è rimasto inalterato e la “baia di parcheggio” non è stata
depennata dal testo.
Il clamoroso svarione relativo alle linee del deserto di Nazca sembra rispecchiare
l'atteggiamento spavaldo e di sfida tipico di questo autore senza troppi
scrupoli. Lo stesso che ha continuato a mantenere in un altro lavoro, Gold
of thè Gods, dove viene presentata la fotografia di uno scheletro scolpito nella
roccia, pretesto per fargli sostenere che gli antichi artisti conoscevano così
bene il corpo umano per via dei raggi X, facendo finta di non sapere che era
sufficiente scoperchiare una tomba per trovare tutti gli scheletri necessari a
cui ispirarsi. Sempre in questo libro, l'ineffabile von Daniken racconta di
aver personalmente visitato una misteriosa e segreta biblioteca sotterranea
composta di libri dalle pagine fatte in lamine metalliche. In sua compagnia
c'era anche l'amico esploratore Juan Moricz. Quando il diretto interessato,
intervistato in proposito, aveva negato ogni cosa, von Daniken aveva ritrattato
l'avventura, ma si era difeso - con una bella dose di faccia tosta - sostenendo
che in Germania agli autori di opere di fantasia, per di più popolari come
lui, era concesso, ogni tanto, prendersi, come dire, delle “licenze” nel narrato,
per aumentare l'effetto di ciò che stavano descrivendo - il che è come
ammettere di essere un bugiardo - tenendo conto che, ad ogni modo, si trattava
sempre di informazioni aggiuntive che, a suo dire, non inficiavano in
nulla la bontà delle osservazioni e delle considerazioni nella loro totalità... E
così invece di sentirsi per lo meno un poco a disagio, von
Daniken ha continuato imperterrito a pubblicare un libro
dietro l'altro. Tutti testi fondamentaliche, messi l'uno accanto all'altro, costituirebbero, secondo il suo giudizio,
un vero e proprio inattaccabile monumento probatorio alla sua teoria degli
antichi astronauti.
Fatto alquanto strano, la dilagante marea di libri scritti da ufologi ha trovato
lo stesso una reazione, di sdegnato rifiuto o di allineamento, anche in molti
scienziati e studiosi seri.
Certamente uno dei più accreditati è il professor Hynek. Già consulente per
il Project Blue Book, dapprima scettico, Hynek aveva progressivamente cambiato
parere, riconoscendo che per quanto in campo ufologico gli inganni, le
messe in scena e le allucinazioni fossero all'ordine del giorno, un gran numero
di casi del tutto inspiegabili esaltava lo stesso la possibilità che il fenomeno
dei dischi volanti rappresentasse qualcosa di vero e concreto e che anche
gli “esseri dello spazio” non fossero soltanto fantasie di mitomani. È ad
Hynek che dobbiamo la ormai nota definizione di “incontri ravvicinati del
terzo tipo”, per indicare quei casi in cui il testimone si imbatte in un disco volante
con relativi umanoidi a breve distanza. Nel capitolo dedicato a questa
tipologia ufologica, Hynek nel suo bel libro Rapporto sugli UFO esordisce
con queste affermazioni: «Veniamo adesso a uno degli aspetti più strabilianti
e incredibili dell'intero fenomeno ufologico. Devo dirlo sinceramente, a essere
franco non avrei inserito questa categoria se non fosse stato che, non facendolo,
sarei venuto meno all'integrità scientifica...». Poi prosegue prendendo
in considerazione un certo numero di casi che, sebbene incredibili, risultano
troppo ben documentati per essere lasciati da parte senza giustificazione.
Credo che presentarne uno possa bastare.
L'11 agosto del 1955, la gente del posto aveva osservato un disco volante atterrare
nei pressi di una fattoria in località Kelly-Hopkinsonville, nel Kentucky.
Un'ora dopo i membri della famiglia Sutton erano entrati in agitazione
per i continui latrati dei cani, che avevano segnalato la presenza vicino alla
casa di un intruso, un essere piccolo e rilucente, con grandi occhi, le braccia
sollevate sopra la testa. I due uomini della famiglia, imbracciati i fucili,
avevano fatto fuoco senza esitare. C'era stato un suono «come se i proiettili
avessero urtato contro del metallo» dopo di che l'essere spaziale - perché tale
era stato identificato - aveva girato sui tacchi e se n'era andato. Quando alla
finestra era apparsa la sagoma di un altro strano essere, i fucili avevano
tuonato ancora e gli uomini, preso il coraggio a due mani, erano usciti per verificare
se la strana creatura era stata abbattuta. Ma mentre si trovavano sotto
il portico davanti alla casa, uno dei due uomini era stato toccato in testa da
una mano che scendeva dal tetto appartenente a un altro di quegli esseri incredibili.
Un'altra scarica di colpi non aveva sortito altro effetto che quello di
farlo scappare a gambe levate. Insomma, i Sutton stavano vivendo un vero e
proprio assedio. Per le successive tre ore le undici persone della casa erano
state costrette a barricarsi sprangando porte e finestre, insediate da un gruppo
di minacciosi esseri spaziali. Alla fine, dopo continui conciliaboli, gli assediati
erano usciti tutti insieme, erano corsi alle due macchine in cortile e
avevano raggiunto a tutto gas il vicino villaggio. Ricevuto
l'allucinante rapporto, la polizia, recatasi immediatamente
sul posto, non aveva rilevato alcuna
traccia della presenza degli alieni, ma appena gli agenti se n'erano andati
e tutto sembrava fosse tornato tranquillo, i misteriosi esseri erano ricomparsi.
Il giorno dopo un disegnatore della polizia aveva tratteggiato un identikit
dei mostri. Ne era venuto fuori un essere non alto, magro, dalla grande testa
tonda, occhi obliqui e braccia lunghe almeno due volte le gambe.
I Sutton a seguito di questa allucinante vicenda erano andati incontro a non
poche situazioni spiacevoli, ma alcuni seri investigatori che avevano studiato
il caso con attenzione si trovarono concordi nell'ammettere che i testimoni
non mentivano.
Forse il caso più celebre di incontro ravvicinato del terzo tipo è quello dei
coniugi Barney e Betty Hill. Nel mese di settembre del 1961, mentre, rientrando
in macchina da una vacanza in Canada, stavano viaggiando all'interno
dei confini del New Hampshire, si erano imbattuti in un UFO in evidente
fase di atterraggio. Due ore dopo si erano ritrovati a una cinquantina di chilometri
da quel punto, senza ricordare nulla di ciò che era accaduto nel frattempo.
Rientrati a casa, avevano consultato un medico esperto in amnesie, il
dottor Benjamin Simon, che li sottopose a una terapia ipnotica. In stato di
trance, gli Hill - uno all'insaputa dell'altra - raccontarono quello che era capitato
con grande dovizia di particolari. Erano stati portati all'interno del disco
volante da un numero imprecisato di esseri in uniforme e dall'aspetto vagamente
umano (Barney disse che gli ricordavano degli irlandesi dal volto
rotondo e dai capelli rossi) che li avevano sottoposti a una serie di visite e
controlli di natura medica. Avevano subito prelievi di campioni di epidermide
e unghie e a Betty era stato inserito un lungo ago nell'ombelico. Alla fine
gli era stato imposto di cancellare ogni cosa dalla memoria e di scordare ciò
che era accaduto. Nel corso di una seduta dedicata a Barney era presente anche
il professor Hynek, il quale era stato autorizzato a formulare le domande.
In conclusione la sua impressione era stata positiva e, a suo dire, l'esperienza
dei due coniugi era da considerarsi senz'altro genuina.
Quello che i mass media definirono «la punta estrema dei casi di incontro»
ebbe come protagonista un modesto contadino brasiliano di ventitré anni, Antonio
Villas-Boas. La notte del 15 ottobre 1957 Villas Boas stava tranquillamente
arando il suo campo, quando all'improvviso era comparso un oggetto
volante non identificato dalla forma a uovo, che era atterrato proprio davanti
al suo trattore. Spaventato, aveva provato a fuggire, ma era stato bloccato da
“umanoidi”, vestiti con tute grigiastre e con un elmetto in testa, che lo avevano
condotto di forza a bordo della navicella spaziale. Gli uomini dello spazio
comunicavano fra loro con dei suoni simili a stridii. Una volta a bordo, Villa
Boas era stato denudato e lavato, poi era stato sottoposto a un prelievo di sangue.
Dopo questo, nella stanza in cui si trovava era entrata una bellissima aliena
- alta non più di 1,40 m - che gli si era presentata dinanzi completamente
nuda. Subito la donna gli aveva fatto intendere di voler fare l'amore con lui.
Villas Boas non se l'era fatto ripetere due volte, ma mentre consumava il rapporto
l'aliena emetteva gemiti e grugniti, al punto che - confesserà - gli era
sembrato di accoppiarsi con un animale, per quanto grazioso.
Indubbiamente, non avrebbe potuto esserci caso migliore da etichettare come
“falso” clamoroso, se non fosse stato per una cosa decisiva.
Il dottor Olavo Fontes, venuto a conoscenza dell'avvenimento,
era entrato immediatamente
in contatto con Villas Boas e aveva potuto visitarlo, trovandolo altamente
contaminato da una forte dose di radiazioni. E sul mento, nel punto
preciso in cui gli alieni gli avevano infilato l'ago per il prelievo di sangue,
spiccavano due distinti punti violacei La vicenda di Antonio Villas Boas è
raccontata nei minimi dettagli nel libro di Charles Bowen dal titolo Gli umanoidi.
Al pari del professor Hynek, anche il giornalista John Keel si era mantenuto
sempre alquanto scettico nei confronti degli UFO finché ne aveva soltanto
sentito parlare; ma da quando aveva incominciato ad interessarsene direttamente
il suo punto di vista era radicalmente cambiato, evitando, come molti
fanno, giudizi aprioristici. Nel 1952 Keel era stato l'autore di un lungo programma
radiofonico in cui si parlava di oggetti volanti sconosciuti. Venire a
contatto, già allora, con tanti testimoni che si dicevano sicuri di avere vissuto
realmente qualcosa di strano, lo aveva incuriosito, rifiutandosi di credere
che un numero così elevato di persone potesse sbagliarsi o mentire volutamente.
L'anno dopo, mentre si trovava in Egitto, Keel aveva avuto il suo primo
avvistamento: un disco metallico, circondato da un anello rotante, osservato
in pieno giorno sulla verticale dell'attuale diga di Assuan. Malgrado
queste ricorrenti sollecitazioni, era stato comunque soltanto molto tempo dopo,
nel 1966 che aveva deciso di buttarsi anima e corpo
nell'indagine ufologica. Come prima cosa aveva sottoscritto un
servizio di informazione, un bollettino
di aggiornamento stampa sulla casistica. Sin da subito si era reso conto
della mole impressionante di informazioni. Una volta in un solo giorno
aveva ricevuto la bellezza di 150 segnalazioni. (In quegli anni i ritagli dell'eco
della stampa costavano qualche centesimo; oggi un esperimento simile
manderebbe in rovina chiunque!). La cosa ancor più inquietante era che comunque
non si trattava che una minima percentuale della totalità dei casi,
senza menzionare tutti quelli che non venivano denunciati. (Questo è uno dei
punti deboli di un capitolo come questo, visto che non è possibile riportare la
casistica, perché non sarebbe sufficiente questo intero libro. Sarebbe invece
interessante che gli scettici ne prendessero nozione, leggendone i resoconti
uno dietro l'altro, rendendosi conto che l'ipotesi della allucinazione non può
reggere). Fra i molti particolari che avevano affascinato Keel c'era la frequenza
con cui molti testimoni scorgevano un UFO dall'auto e poi di nuovo
nei pressi delle loro abitazioni; cosa che suggerisce l'idea che gli uomini dellospazio non siano soltanto scienziati ed esploratori di un altro mondo, ma
esercitino un preciso controllo su alcuni terrestri.
Nel 1967, mentre stava guidando lungo la superstrada di Long Island, Keel
aveva avuto modo di seguire le evoluzioni di una luce nel cielo che sembrava
avanzare lungo la sua stessa direzione. Una volta arrivato a Huntington
aveva trovato un tratto di strada dove le auto erano tutte allineate lungo i bordi
e la gente fuori dagli abitacoli intenta a seguire i movimenti di quattro luci
che sembravano divertirsi nelle più singolari evoluzioni. Dopo qualche
istante la luce che lui aveva avvistato si era aggregata a questo carosello.
Keel stava recandosi ad intervistare uno scienziato, Phillip Burckhardt, il
quale aveva appena veduto un UFO la sera prima fare evoluzioni sulla verticale
di un gruppetto di alberi in prossimità di casa sua. Munitosi di un binocolo
lo aveva seguito, distinguendo con una certa chiarezza un oggetto argentato
a forma di disco, illuminato da oblò rettangolari con luci che si accendevano
e spegnevano. Alla vicina base aerea dell'Aeronautica di Suffolk
sembrava non si fosse notato alcunché.
Come già era capitato ad Hynek, anche Keel era rimasto impressionato dai
testimoni. La maggior parte era gente comune, che non aveva alcuna motivazione
per inventarsi delle bugie gratuite. Anche se lo studio della casistica lo
aveva convinto che circa il 98% dei casi era dubbio, ciò nonostante le persone
coinvolte dicevano la verità. La ricerca intanto proseguiva. Nel giro di
qualche mese aveva già tanto materiale da mettere insieme un libro di oltre
duemila pagine. Un'assurdità. Dopo tagli ripetuti e corposi, il testo si era fatto
accettabile ed era così nato il suo capolavoro: UFO, operazione Cavallo di
Troia.
Mano a mano che la ricerca proseguiva, Keel si rese conto che gli oggetti
sconosciuti “infestavano” i cieli della Terra da tempo immemorabile, tanto
che certe descrizioni rintracciabili in antichi testi come quello biblico in cui
si parla di carri celesti e globi infuocati quasi certamente
si riferivano ad essi. Nel 1883 un astronomo messicano, José
Bonilla, aveva fotografato la bellezza
di 143 oggetti sconosciuti che si muovevano come in processione sullo
sfondo del disco solare. Nel 1878 un contadino texano, John Martin, aveva
osservato in cielo una cosa dalla forma discoidale e non per niente nell'intervista
uscita sul giornale locale parlava proprio di un “disco” volante. Nel
1897 mezza America venne coinvolta nelle apparizioni di una misteriosa,
grande nave volante a forma di sigaro. (Attenzione, tutto questo, era accaduto
prima che l'uomo scoprisse il volo). Decine e decine di altri avvistamenti
simili comparivano in cronache, rapporti, resoconti antichi. Un intero capitolo dell'opera di Charles Fort dal titolo Il libro dei dannati - scritto trent'anni
prima che gli UFO diventassero oggetto del giorno - è dedicato a strani oggetti
e luci sconosciute viste nei cieli. Uno degli avvistamenti più convincenti
è quello ricordato dall'esploratore e pittore russo Nicholas Roerich (che disegnò
i pannelli e le scene della coreografia del balletto di Stravinskij dal titolo
La sagra della primavera). Nel suo bel libro Aitai Himalaya del 1930
racconta che nel 1926 durante il passaggio dalla Mongolia all'india lui e tutti
coloro che facevano parte del suo gruppo, avevano avuto agio di osservare
durante il giorno un grosso disco scintillante che attraversava il cielo proprio
sopra le loro teste. Come ancora succede nella casistica d'oggi, appena giunto
sulla verticale del loro campo aveva bruscamente cambiato rotta, schizzando
via. (Sono molti i casi in cui l'oggetto sconosciuto compie manovre
impossibili, che sfidano le leggi conosciute della fisica, come, per esempio,
svolte ad angolo retto eseguite a velocità incredibili). Dopo un attimo il disco
era scomparso dietro i picchi montani.
A Keel interessava anche molto il confronto fra coloro che dicevano di aver
visto un UFO e chi testimoniava di aver vissuto un'esperienza paranormale.
L'angelo che aveva istruito Joseph Smith - il fondatore dei Mormoni - affinché
scavasse per rintracciare le tavole dorate della nuova setta da lui fondata,
riecheggia, infatti, molto da vicino l'etereo visitatore spaziale di Adamski e
molti altri simili. Durante la seconda guerra mondiale, tre pastorelli del villaggio
di Fatima, in Portogallo, dopo aver scorto un globo di luce, avevano
udito la voce di una donna. (Solo due l'avevano percepita, anche se tutti avevano
visto la luce, particolare che indurrebbe a credere che la manifestazione
sia avvenuta nella loro testa piuttosto che nel mondo oggettivo della realtà
esterna). Saputo dell'avvenimento, folle di persone e pellegrini avevano incominciato
a recarsi a Fatima, dove ogni mese faceva la sua apparizione agli
occhi dei pastorelli la “Signora del rosario” (così si faceva chiamare). Solo i
piccoli veggenti erano in grado di scorgerla. Ma il 13 ottobre del 1917, nel
momento in cui la Signora stava annunciando che avrebbe compiuto un miracolo
per convincere il mondo intero, di colpo le nuvole che gravavano su
Fatima si erano come squarciate per lasciare vedere un immenso disco argentato
che sembrava stesse precipitando addosso alla folla. Ruotava e brillava
- proprio come l'oggetto visto da Keel - e cambiava continuamente colore
attraversando tutto lo spettro del visibile. Il fenomeno era durato circa
dieci minuti, poi il disco era scomparso coperto dalle nuvole che si erano richiuse
sopra di esso. L'apparizione non aveva coinvolto soltanto la gente presente
nel luogo delle rivelazioni, ma era stata vista anche dalle case lontane
di molti altri testimoni. Il calore che si era sprigionato dal disco infuocato
aveva asciugato all'istante gli abiti zuppi di pioggia degli astanti. Citando
questo e altri “miracoli” (come, per esempio, quello accaduto a Heede, in
Germania) Keel sottolinea come, molto curiosamente, rassomiglino davvero
un po' troppo alle fenomenologie ufologiche.
Nella intricata questione ufologica compare anche un aspetto sinistro. Alcuni
testimoni affermano di essere stati perseguitati da non meglio identificati
“agenti governativi” che li avevano minacciati per ridurli al silenzio. Questi
uomini misteriosi si presentavano sempre con abiti scuri e a volte in uniforme.
Ovviamente, nessun dipartimento o agenzia governativa ne aveva mai
sentito parlare. Un contattista, Albert K. Bender di Bridgeport, nel Connecticut,
rivelò che nel 1953 era stato costretto a chiudere in tutta fretta la sua associazione,
l'International Flying Saucer Bureau, dopo essere stato a più riprese
diffidato dal continuare a occuparsi di avvistamenti da un terzetto di
uomini, vestiti di nero, dalla carnagione olivastra e gli occhi paurosamente
scintillanti. All'epoca, gli ufologi chiamarono subito in causa il governo americano;
ma quando, a distanza di dieci anni dai fatti, Bender aveva dato alle
stampe la sua storia di contattista, si era subito intuito che la vicenda non era
andata proprio così. In realtà i tre uomini in nero, apparivano e scomparivano
nel suo appartamento a piacere e una volta lo avevano addirittura trasferito
in un lampo in una base ufologica in Antartide. Jacques Vallèe, un altro importante
scienziato interessatosi a lungo al fenomeno dei dischi volanti, fa
notare come questa storia presenti moltissime assonanze con quelle medievali di fate e spiriti “elementali”.
Quando Keel aveva incominciato a investigare su alcuni incredibili avvistamenti
di un gigantesco uomo alato, capace di bloccare le automobili, il cosiddetto
“uomo-falena” che infestava i cieli della Virginia occidentale, anche lui
per qualche tempo aveva provato la netta sensazione di essere minacciato da
qualche forza occulta. Un giorno, per esempio, mentre stava camminando lungo
una via deserta, all'improvviso si era materializzato un fotografo che gli
aveva scattato alcune istantanee. Un'altra volta, mentre stava progettando di
incontrarsi con un altro ufologo di grido, Gray Barker, una sua amica gli aveva
rivelato di essere stata messa al corrente della sua iniziativa già due giorni
prima che lui stesso si segnasse l'appuntamento. Molte volte i contattisti lo
chiamavano, anche in piena notte, per dirgli che in quel momento erano in
compagnia di persone che desideravano parlargli. Dopo di che si trovava a
colloquiare con sconosciuti dalla voce stranissima. (Al punto che più di una
volta aveva pensato di parlare con qualcuno in stato di trance ipnotica). Sovente
gli veniva suggerito di inviare lettere a indirizzi dai quali, per quanto ricerche
successive li avessero dimostrati inesistenti, egli riceveva solerti risposte,
scritte in carattere stampatello. Un giorno, mentre soggiornava in un motel
scelto a caso, in portineria aveva trovato un messaggio. Scrive, Keel, nel
suo libro Creature dall'ignoto: «Qualcuno da qualche parte ci teneva a dimostrare
a ogni costo di sapere per filo e per segno quello che facevo. Controllava
il mio telefono e anche la posta che ricevevo. E lo faceva molto bene».
Le misteriose entità gli passavano anche delle profezie, fra cui alcune azzeccate
relative agli attentati a Martin Luther King, Robert Kennedy, il papa;
ma molte anche totalmente sballate. Keel era così arrivato a concludere che
«il nostro piccolo pianeta è incessantemente attraversato da forze o entità che
ci raggiungono da un continuum spazio-temporale».
Lo stesso concetto espresso dall'ufologo inglese Brinsley Le Poer Trench
(conte di Clancarty) alla fine delle sue speculazioni sugli UFO. Ecco che cosa
scrive in Operazione Terra:
...sembrano esistere almeno due forze diametralmente opposte fra loro, due diversi tipi di
entità che si interessano alla Terra. Le prime sono il vero Popolo dello Spazio, entità che
ci fanno visita da tempo immemorabile. Le seconde appartengono a una dimensione interna,
intrinseca al pianeta, tanto che qualcuno immagina provengano dal suo ventre cavo.
Fra queste due fazioni è in atto quella che potremmo definire una vera e propria
“guerra dei cieli”. Tuttavia, questo scontro non va inteso nel senso umano del termine.
Più che altro, infatti, siamo al cospetto di una tenzone che avviene a livello sottile e che
ha come obiettivo primario il dominio della mente dell'umanità intera.
Il già più volte citato Jacques Vallèe, uno degli autori più attenti e acuti a
proposito delle questioni ufologiche, giunge a conclusioni molto simili. Dopo
aver studiato con attenzione e sottile penetrazione la casistica più eclatante,
discutendone nei suoi primi libri Anatomy of a Phenomenon e Challenge
to Science: The UFO Enigma, in un lavoro successivo, estremamente intrigante,
dal titolo Passport to Magonia, datato 1970, Vallèe afferma che il quadro
d'insieme che dobbiamo tratteggiare a proposito del fenomeno delle apparizioni
ufologiche sembra assai più vicino al concetto medievale di
Magonia, la favolosa terra immaginata oltre le nuvole, che non
a quello di un pianeta abitato da extraterrestri spaziali. Nel
1977, Vallèe giunse alla conclusione
che gli UFO erano una questione non tanto fisica quanto “psichica”, ipotesi
ben espressa in un altro libro, The Invisibile College. Il collegio invisibile
citato altro non è che un gruppo di emeriti scienziati impegnati nello studio
del fenomeno, personalità eminenti che non hanno paura, occupandosene, del
parere degli altri colleghi. Lo stesso Vallèe, esperto di informatica, abbozza
la possibilità che la questione ufologica vada ricondotta a una specie di “sistema
di controllo”, vale a dire che tutto quanto accade in questa dimensione
abbia lo scopo di produrre specifici effetti sulla mente dell'uomo. Ecco ciò
che scrive in un altro interessante libro del 1979 intitolato Messengers of Deception,
dopo aver messo a confronto le associazioni che intercorrono fra il
mondo dell'ufologia e quello del paranormale: «Ormai mi riesce estremamente
difficile considerare i cosiddetti “dischi volanti” semplicemente come
una macchina spaziale, per quanto sospinta da chissà quale straordinaria
energia propulsiva». Facendo riferimento al mondo dei computer, continua
dicendo: «Credo di poter dire che da tutto ciò che emerge dallo studio, il fenomeno
sembra agire come un processo di condizionamento. Un'azione che
ricorre a matrici che fanno della confusione e dell'assurdo le loro qualità specifiche,
ma solo allo scopo di mascherare il più possibile le vere finalità del
meccanismo in atto. Ebbene, mi sento di poter dire che questi stessi sistemi
traspaiono anche nelle strutture delle principali storie ufologiche».
Già, assurdità e confusione; due fra gli aspetti più evidenti e incomprensibili degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati. Vallèe dedica un intero
capitolo di The Invisibile College alla vicenda di Uri Geller. Questi, all'epoca
giovane paragnosta israeliano, divenuto famoso per la capacità di piegare
piccoli oggetti metallici, era stato “scoperto” dallo studioso e scienziato
Andrija Phuarich. Le sue eccezionali facoltà ne avevano fatto in brevissimo
tempo una celebrità mondiale e non ci potevano essere dubbi che il libro sulla
sua autobiografia e sulle sue imprese sarebbe diventato un grande best-seller
- cosa che, per l'appunto, si verificò - anche se Uri Geller (1974) si rivelò
un'arma letale per la reputazione di Puharich in ambito scientifico. Il testo infatti
è pieno di confusione e di avvenimenti che definire assurdi è poco. Tuttavia,
offre alcuni spunti di osservazione anche a proposito del problema delle
“intelligenze spaziali”. Nel 1952, molti anni prima di incontrare Geller, il
professor Puharich si era a lungo occupato di un medium hindu
di nome Vinod. Quando l'uomo cadeva in trance medianica
iniziava a parlare con una
voce diversa, in perfetto inglese. Per il suo tramite si manifestava un'entità
che diceva di appartenere al gruppo dei “nove”, intelligenze superumane che
stavano studiando la razza umana da migliaia di anni, il cui compito primario
era quello di aiutarla nella sua evoluzione. Tre anni più tardi, mentre si trovava
in Messico, aveva conosciuto un medico americano che sosteneva di essere
in contatto continuo con le “intelligenze spaziali”. Fin qui niente di strano
(sic!), ma ciò che lo aveva sconvolto era che i messaggi ricevuti rappresentavano
la perfetta continuazione di quelli ottenuti da Vinod. Quando, nel 1971,
Puharich aveva incontrato Geller, i “nove” sapienti erano tornati in pista in
modo prepotente. Quando Geller cadeva in trance, si manifestava un'entità
che parlava da un punto dello spazio collocabile appena sopra la testa del medium.
Fra le tante rivelazioni disse che Geller era stato programmato dalle intelligenze
spaziali sin da quando aveva tre anni, con l'intenzione di farne un
veicolo di salvezza per il mondo intero, ormai volto verso una china di autodistruzione.
Nel libro Puharich racconta molti avvistamenti ufologici e tutta
una serie di accadimenti davvero sorprendenti, come oggetti che scompaiono
e poi si rimaterializzano o nastri magnetici che si impressionano da soli. E lo
stesso Puharich mi ha confessato di aver soltanto riportato gli avvenimenti,
tutto sommato, più facilmente accettabili, perché se avesse trascritto tutto ciò
che gli era capitato quando si occupava di Geller lo avrebbero rinchiuso in
manicomio seduta stante.
Terminato il contatto con Geller, i “nove” non avevano comunque smesso di
rivolgersi all'umanità. La storia ci viene raccontata da Stuart Holroyd nel suo
libro Prelude to a Landing on Planet Earth, pagine ancora più confuse e contraddittorie
di quelle appena citate di Phuarich. I misteriosi saggi spedirono
Puharich e coloro che lo sostenevano in una specie di giro dell'oca in Medio
Oriente e in alte località remote al fine di pregare e intercedere per la pace nel
mondo, perché così facendo la loro azione avrebbe risparmiato al mondo una
terribile serie di disgrazie.
La presenza in questa storia intricata di medium potrebbe aiutarci a capire
qualcosa di più in tutto questo guazzabuglio di confusione.
Come sappiamo, e già abbiamo ricordato nelle pagine di questo libro, lo spiritismo
moderno ebbe inizio verso la metà del XVIII secolo, quando gli “spiriti”
presero a manifestarsi per il tramite della spiccata medianità di due giovani
americane, le sorelle Fox. Di colpo, migliaia di altri sensitivi incominciarono
anche loro a sperimentare con i misteriosi colpi (uno per il “sì” e due per
il “no”), suscitando il suono indipendente di trombe e megafoni che, fluttuando
nell'aria, emettevano suoni e voci senza essere sollecitati, materializzando
fantasmi ed ectoplasmi nel corso delle loro trance. Non esiste un solo
ricercatore addentratosi nello studio di questa fenomenologia che sia convinto
che sia tutto una frode. Per di più, anche la teoria che si appella alla mente
inconscia dei partecipanti alle sedute sembra scricchiolare, nel momento in
cui in più di un caso gli “spiriti” utilizzavano medium differenti per rivelare
agli astanti frammenti diversi, ma in sequenza, di uno stesso messaggio: tessere
apparentemente scollegate, ma che se raggruppate e ordinate offrivano
l'immagine completa del puzzle.
Ma c'era un'altra cosa che, con la stessa evidenza, emergeva dallo studio
della fenomenologia spiritica: i messaggi trasmessi andavano ricevuti evitando
di attribuire loro la valenza richiesta. Sovente, infatti, si trattava di bugie.
Il grande visionario svedese del XVIII secolo Emanuel Swedenborg, ammoniva
nel riconoscere almeno due generi di spiriti, quelli appartenenti a un “ordine
superiore” e quelli di un “ordine inferiore”. Wilson van Dusen, uno psichiatra
che si occupò di centinaia di casi di allucinazione fra i pazienti dell'ospedale
di stato di Mendocino, in California, annota come «...i malati sembrano
entrare in contatto con un altro mondo e con un ordine diverso di esseri.
La maggior parte è convinta trattarsi di persone concrete,
viventi nella nostra realtà. Tutti si ribellano quando uso la
parola allucinazione». Anche lui
osservò che quelle allucinazioni potevano dividersi in due categorie precise:
quelle degli “spiriti aiutanti” (soltanto un quinto
dell'intera casistica) e quella
degli spiriti che non collaboravano e il cui unico scopo sembrava essere
quello di irritare ed angustiare il malcapitato soggetto.
È evidente che per una persona, diciamo, “normale” arrivare ad accettare
l'idea che gli spiriti disincarnati sono una realtà concreta non è un'operazione
mentale facile da realizzare. Tuttavia, chi abbia avvicinato il problema con
mente serena, libera da pregiudizi, difficilmente approda a qualche conclusione
differente. Credo, infatti, che chiunque abbia anche soltanto per qualche
tempo provato a sperimentare con la “tiptologia” (il tavolino parlante) o
con la scrittura automatica tramite una tavoletta “ouija”, non può non essersi
reso conto dell'esistenza effettiva di “intelligenze” esterne capaci di rendersi
manifeste attraverso gli esseri umani, anche se in merito alla loro natura la discussione
è ancora oggi assolutamente aperta. Da quello che ci insegna la casistica,
pare evidente che alcune di queste entità possono essere prese seriamente,
altre assolutamente no. Certe si comportano come i classici spiriti demoniaci
medievali, raccontando tutto quello che gli passa nella testa sull'onda
del momento. Altre “intelligenze” - come, per esempio, quelle forze che
scatenano un poltergeist - preferiscono rendere palese la loro presenza muovendo
oggetti nelle stanze oppure provocando inspiegabili botti e colpi. Una
caratteristica interessante del poltergeist è la straordinaria capacità non solo
di far levitare e spostare un oggetto nell'aria senza causa apparente, ma di
fargli cambiare bruscamente traiettoria, in sfida a tutte le più elementari leggi
del moto della fisica newtoniana, peculiarità che, se il lettore ben ricorda,
è tipica anche dei dischi volanti.
Vallèe si dice strabiliato dal gran numero di casi in cui un UFO viene descritto
comportarsi in modo assurdo, vale a dire completamente contrario a
come dovrebbe fare il prodotto tecnologico di una civiltà aliena superiore: alcuni
svaniscono nell'aria, altri sono inghiottiti nella Terra, alcuni sono stati
visti gonfiarsi come palloncini per poi sparire. Insomma, stranezze. Certi “visitatori”
sembrano possedere la capacità di leggere nella mente e di predire
avvenimenti futuri. Molti altri, come per esempio i “nove” sapienti segnalati
da Puharich, dicono di prodigarsi per predisporre l'umanità al loro incontro
con animo sereno, per far sì che un giorno all'atto di un atterraggio, diciamo
così, ufficiale la nostra mentalità sia pronta. Per ora, la cosa sembra essere
ancora alquanto lontana.
Detto questo, sembra però un po' troppo semplicistico ritenere che il fenomeno
degli UFO possa ridursi ad una versione riveduta e aggiornata, modernizzata,
dei demoni medievali o degli spiriti del secolo scorso. Per Vallèe si
tratta di un fenomeno che definisce “euristico”, predisposto per insegnare e
trasmettere qualcosa. La scienza e la filosofia moderna ci hanno sempre più
avvicinati a una concezione prettamente materialistica dell'universo, all'idea
che la vita rappresenti una sorta di eccezione nella vastità del creato e che la
nostra realtà umana vada esclusivamente riferita al corpo e al cervello. Nel
suo libro Di cose che si vedono nei cieli. Un mito moderno Jung suggerisce
che gli UFO possano in qualche modo essere intesi per l'uomo moderno come
la risposta alla sua ansia di religiosità e Vallèe, tutto sommato, sembra accettare
la proposta, almeno nelle sue linee essenziali. Al pari di Jung, anche per
lui le cosiddette coincidenze nascondono in sé un significato che va oltre
l'apparenza. Nel libro Messengers of Deception Vallèe parla di una moderna
setta religiosa, l'Ordine di Melchizedek, i cui adepti credono che la loro dottrina
sia stata trasmessa da intelligenze extraterrestri. Mentre si occupava di
questo caso c'era stato un momento in cui si era messo alla caccia di tutto ciò
che potesse riguardare la figura del profeta Melchizedek. Nel febbraio del
1976, mentre si trovava a Los Angeles, un giorno aveva chiesto a una taxista
la ricevuta della corsa appena fatta e questa, in calce al foglio, aveva firmato
“M. Melchizedeck”. Incuriosito, aveva consultato l'elenco telefonico della
città e aveva scoperto che quella donna era l'unica con quel cognome a comparire
nell'elenco...
Il fatto aveva portato Vallèe a una interessante considerazione a proposito
della realtà sottile che sottende il mondo. L'umanità è come relegata nel proprio
continuum spazio-temporale e tutti i concetti della nostra conoscenza
fanno riferimento a tempo e spazio. E così in una ipotetica “biblioteca” del
nostro sapere ogni informazione è conservata in ordine alfabetico. Ma oggi
gli informatici hanno sviluppato un altro metodo: «Archiviano le informazioni
mano a mano che arrivano... quindi costruiscono un algoritmo per ordinarle
secondo una chiave o un codice preciso...» e quindi conclude: «L'incidente,
la sincronicità di Mechizedek... mi ha suggerito l'idea che il mondo sia
organizzato più a caso che non su una base consequenziale come avviene invece
nella nostra biblioteca classica». In una biblioteca informatizzata, lo studente
che ricerca informazioni sulle microonde piuttosto che sul mal di testa,
una volta digitato il codice si ritrova a disposizione decine di fonti da consultare
che neppure avrebbe immaginato esistenti. Vallèe, in quel momento,
aveva digitato la richiesta di informazioni su un nome preciso, Melchizedek,
e qualche misterioso, potentissimo computer psichico gliene aveva fornita
una chiedendogli: «E questo che ti interessa?».
Nel suo libro del 1966 The Flying Saucer Vision, lo scrittore inglese John
Michell, nella sua ricerca parte pure lui dalle osservazioni di Jung, accettando
l'idea che il fenomeno degli ufo potrebbe benissimo connettersi al “vuoto
religioso”, all'anelito di religiosità dell'anima dell'uomo moderno. Egli
collega i dischi volanti alle antiche leggende in cui si narra di dèi discesi dai
cieli a bordo di oggetti volanti, approdando a conclusioni non lontane da
quelle proposte da von Dàniken, anche se espresse in modo più convincente.
Ma Michell sa offrire anche un suo personale contributo all'ufologia. Nel
corso della sua ricerca si è imbattuto nell'opera di Alfred Watkins, The Old
Straight Track (1925), in cui l'autore afferma che tutta la superficie terrestre
è percorsa da invisibili linee rette corrispondenti alle antichissime strade
preistoriche, linee di collegamento di “posti sacri” come chiese, cerchi di
pietre, collinette e tumuli. Michell chiama queste linee leys e le identifica
con quelle della tradizione orientale cinese dove vengono dette i “sentieri del
drago” o lung mei. La remota disciplina del feng shui, la
geomanzia orientale, è più che altro un sistema religioso che si occupa di garantire l'armonia
fra l'uomo e la natura, partendo dal principio di base che la Terra è un essere
vivente. Le lung mei sono linee di forza della superficie terrestre e uno degli
scopi del feng shui è preservare e concentrare questa forza preziosa, impedendo
che si spezzi e si disperda. Michell però sbaglia nell'assimilare le linee
cinesi con i leys previsti da Watkins, perché la tradizione orientale diffida
delle linee rette, visto che la caratteristica prima delle lung mei è proprio
quella di essere curve. Compie comunque un passo avanti rispetto all'idea di
Watkins sui leys. Afferma che gli uomini antichi, consapevoli della presenza
di queste linee energetiche, badavano con cura a collocare i loro luoghi sacri
in punti della superficie terrestre dove queste forze erano particolarmente
potenti e concentrate. I posti di incrocio di più linee erano ritenuti speciali.
Michell osserva inoltre che proprio in queste corrispondenze si verificano
avvistamenti ufologici: tipico l'esempio di Warminster, nel Wiltshire, dove
la casistica non si conta più tanto è abbondante. In un libro
intitolato The Undiscovered Country il ricercatore Stephen
Jenkins, uno studioso serio e appassionato
della materia, mette pure lui in risalto come sovente ai leys si associno
eventi di ordine supernormale, dalle infestazioni al poltergeist, alle
singolari visioni di eserciti fantasma. Ancora una volta, ecco emergere uno
stretto collegamento fra fenomeni in apparenza lontani, quali
quelli ufologici e quelli paranormali.
Ma prima di chiudere questo lungo capitolo, vale la pena ricordare ancora
altri due autori: T. C. Lethbridge e F. W. Holiday. Il primo, un prete di Cambridge
in pensione, era molto affascinato dalla rabdomanzia e dai poteri del
pendolo usati con la finalità di scoprire diverse sostanze e materiali sotterranei.
(Ho a lungo parlato di Lethbridge nel mio altro libro Misteri). Verso la
fine della sua vita (è morto nel 1971) Lethbridge incominciò a occuparsi anche
di dischi volanti e in un'opera intitolata Legends of thè Sons of God
(uscito postumo nel 1972) sostiene che gli UFO potrebbero essere associati
alle grandi pietre erette degli antichi tempi. In effetti, questi monoliti avrebbero
potuto svolgere un compito di richiamo, come indicatori di segnali per
l'atterraggio di navi provenienti dallo spazio. Pur senza nulla sapere delle linee
leys, Lethbridge giunge a conclusioni che molto si avvicinano a quelle
di Michell.
F. W. Holiday era invece un naturalista e un giornalista esperto di pesca, rimasto
folgorato dall'interesse per il mistero del mostro di Loch Ness, tema
al quale ha dedicato un libro in cui lo immagina come un gigantesco “verme”,
ricorrendo a questo vocabolo nella dizione prettamente medievale di
“dragone”. Dopo anni di studi, interviste e ricerche Holiday scoprì però un
fatto singolare e sintomatico: il mostro - e come lui tutti gli altri segnalati in
altri specchi d'acqua - sembrava possedere una straordinari capacità elusiva
nel non farsi, per esempio, fotografare: proprio come accade per i dischi volanti.
Da questa osservazione e da altre connessioni, Holiday si convinse che
i due misteri altro non erano che due diversi aspetti di una stessa fenomenologia,
che amava chiamare la “strategia del fantasma” (vedi, in proposito, il
capitolo dedicato all'Uomo Grigio del Ben MacDhui). L'idea viene esposta
sia nel libro The Dragon and thè Disc sia nell'opera uscita postuma dal titolo
The Goblin Universe. Come Vallèe, alla fine, anche Holiday si dice convinto
che la soluzione dell'enigma ufologico deve essere ricercata nel contesto
di una “soluzione di ordine psichico” e, onestamente, si deve proprio
riconoscere che non sono poche le spinte che indirizzano in questa direzione.
Sull'altro fronte della ricerca però sarebbe troppo sbrigativo e comodo
sbarazzarci in quattro e quattr'otto della eventualità che si tratti realmente di
navicelle spaziali extraterrestri che vengono a farci visita. Non considerare
questa possibilità sarebbe sciocco e rispecchierebbe un atteggiamento troppo
lontano da quell'apertura mentale a cui invece dobbiamo sempre fare riferimento.
 
CAPITOLO 54.
SINCRONICITÀ O "PURA, COINCIDENZA"?

Il giornalista del «Sunday Times» Godfrey Smith era alla caccia di materiale
per la stesura di un articolo che aveva intenzione di intitolare La saga dei
manoscritti perduti: quello di Carlyle, La Rivoluzione francese, gettato nel
fuoco da una cameriera distratta; I sette pilastri della saggezza di T. E. Lawrence,
dimenticato sul sedile di un taxi; la borsa di Hemingway, piena di manoscritti
freschi, rubatagli in treno. Sicuro di trovare una fonte di ispirazione
d'eccellenza, Smith aveva deciso di mettersi in contatto con
Hilary Rubinstein, un agente letterario, un vero scrigno di
esperienze e ricordi di quel genere.
Ma ancora prima di spiegargli il motivo della sua visita, quando appena
stava accennando al tema dell'articolo, una giovane donna presente alla
conversazione - la moglie del romanziere Nicholas Mosley - lo aveva interrotto
agitata e sorridente, confessando che aveva da poco sentito suo marito,
il quale trafelato le aveva detto che qualche ignoto gli aveva appena sottratto
le prime 150 pagine del suo ultimo lavoro. A dir poco straordinario. Smith
scrisse: «Di colpo eravamo stati sbalzati in quella dimensione del tempo che
J. W. Dunne chiama serialità, Arthur Koestler sincronicità e molti di noi semplicemente
coincidenza...».
In realtà, la coniazione del neologismo “sincronicità” per significare una pura
coincidenza la dobbiamo a Jung. Anche Koestler era fortemente affascinato
dalla faccenda, da lui ampiamente affrontata in un libro del 1972 dal titolo Le radici del caso. L'anno dopo, ancora sul «Sunday Times», aveva pubblicato
un pezzo sull'argomento, invitando i lettori a segnalargli casi di sincronicità.
Molti furono utilizzati nel suo nuovo libro La sfida del caso (1973),
scritto assieme con Alister Hardy e Robert Harvie. Il testo si avvia con un
capitolo intitolato La biblioteca degli angeli, dove si descrivono singolari
coincidenze che hanno a che fare coi libri. Nel 1972, Koestler era stato incaricato
di seguire le sfide per il campionato del mondo di scacchi fra i due
grandi campioni Boris Spassky e Bobbie Fischer e così, per documentarsi un
minimo, si era recato alla London Library per procurarsi un libro sugli scacchi
e uno sull'Islanda, dove si sarebbero giocate le sfide. Aveva deciso di partire
dagli scacchi e, guarda caso, il primo titolo su cui aveva posato gli occhi
era stato Gli scacchi in Islanda di Williard Fiske.
Un altro caso singolare era quello capitato a donna Rebecca West. Stava
cercando, consultando fonti di biblioteca, di ricostruire un episodio relativo a
uno dei criminali di guerra processati a Norimberga e grande era stato il suo
disappunto quando aveva scoperto che gli atti del processo comparivano soltanto
come estratti e sotto titoli del tutto impropri, così che chi era interessato
li avrebbe scovati solo con grande fatica. Dopo alcune ore di inutile ricerca,
stanca, si era rivolta a un bibliotecario e, quasi stizzita, gli aveva chiesto:
«Scusi, ma non mi riesce proprio di trovare...» e mentre parlava aveva casualmente
estratto un volume da uno scaffale vicino aprendolo ad una pagina
qualunque. Era esattamente il punto che stava affannosamente cercando.
Questo aneddoto è quanto mai interessante perché coinvolge un'azione all'apparenza
“casuale”, il raggiungimento di un successo colto senza una logica.
Il termine “sincronicità”, come detto, venne coniato da Jung in relazione
all'I-Ching, il celeberrimo Libro dei mutamenti, un oracolo originario della
Cina. Il modo con cui consultare questo oracolo consiste nel lanciare a caso
tre monete per sei volte, annotando se compare il verso della testa o quello della croce. Due o tre croci danno una linea spezzata al centro, “fissa” o
“mobile” (che muta successivamente nel suo opposto). Due o tre teste ne
danno una intera, anch'essa fissa o mobile. Le sei linee vengono quindi incolonnate
una sull'altra, per formare il cosiddetto “esagramma”:
L'esagramma qui riprodotto è il numero 58, si intitola Il sereno. Il lago ed è
accompagnato da una “sentenza”: «Il sereno. Riuscita. Propizia è perseveranza».
Ovviamente, dal punto di vista strettamente logico è impossibile spiegare
come mai gettare tre monete a caso per sei volte possa offrire la risposta a
un quesito, anche se la domanda è ben formulata nella testa del richiedente
prima ancora che le monete vengano lanciate.
L'esperienza di Rebecca West può gettare una seppur fioca luce sull'arcano.
Come abbiamo detto, stava cercando un determinato passaggio. Immaginiamo
che, nella tensione della ricerca, abbia innescato una qualche sconosciuta
facoltà interiore di tipo extrasensoriale capace di spingerla a contattare il
bibliotecario e a estrarre casualmente quel dato libro, proprio quello che stava
cercando. Ma, questa forza misteriosa, come ha potuto farle aprire il volume
esattamente alla pagina giusta? La cosa sembrerebbe, infatti, chiamare
in causa una facoltà persino superiore a quelle paranormali, qualcosa per la
quale Horace Walpole coniò la parola “serendipità”, vale a dire la capacità inconscia
di compiere felici, quanto inaspettate, scoperte per mero caso. Che
dire però del “caso” che aveva fatto sì che quel certo bibliotecario a cui la
West si era rivolta si trovasse proprio in quel preciso posto della biblioteca, a
contatto con il libro tanto ricercato? La situazione è troppo ingarbugliata per
poterla immaginare descrivibile soltanto per l'intervento di una facoltà puramente
“passiva”, una specie di intuizione. Se, invece, ci mettiamo sul binario
della coincidenza, ecco che dobbiamo ragionare nei termini di
una misteriosa facoltà, capace in qualche arcano modo di “architettare” una situazione favorevole,
dalla quale il soggetto trae un vantaggio. L'uso dell'I-Ching pare
presupporre proprio questo meccanismo, facendo sì che le monete cadano rivolte
in un dato modo al fine di proporre un esagramma utile a fornire una risposta
idonea e confacente al quesito proposto.
Per gran parte della sua vita Jung rifiutò sempre - almeno pubblicamente -
di accettare questa idea come percorribile. (Dal momento che sappiamo per
certo che iniziò a usare l'oracolo cinese in privato sin dagli anni Venti).
Nel 1944, quando aveva sessantotto anni, Jung era scivolato su un lastrone
di ghiaccio, si era rotto l'anca e, come diretta conseguenza, aveva avuto un
infarto. Mentre stava lottando fra la vita e la morte, aveva sperimentato curiose
visioni. In una di queste si vedeva volteggiare sopra la Terra, nello spazio
aperto, dove all'interno di una meteora aveva osservato un tempio indù.
«Notte dopo notte mi ritrovai a fluttuare in una condizione di piena e pura
beatitudine». Sentiva che nel momento in cui fosse stato ricoverato, il suo
medico curante sarebbe morto e così era accaduto veramente. Da questo momento
in avanti Jung aveva incominciato a disinteressarsi del giudizio dei
colleghi. Poco gli importava se invece che uno scienziato lo giudicavano un
mistico, tanto da non tenere più segreta la sua formidabile passione per l'occulto.
Nel 1949 firma l'introduzione all'edizione dell'I-Ching curata dall'amico
Richard Wilhelm, in cui parla apertamente del cosiddetto “principio di
acasualità” che chiama sincronicità. L'anno seguente pubblica un saggio dal
titolo Sulla sincronicità, poi ampliato per diventare un libro. Purtroppo, le
idee di base che Jung propone in ambedue queste opere sono prive di fondamenti
credibili e accettabili. La scienza occidentale - dice - si basa esclusivamente
sul principio di casualità, ma la fisica moderna ha messo in croce
questo concetto in modo radicale. Siamo infatti venuti a conoscere che, in
realtà, le leggi naturali sono leggi di tipo statistico e quindi sono suscettibili
di eccezioni. La qual cosa, ovviamente, non risponde al vero. Già il filosofo
inglese Hume aveva stabilito che il principio di casualità non stava alla base
delle leggi universali: una pentola d'acqua di solito bolle se messa sul fuoco,
ma potrebbe anche congelarsi. Più tardi, Kant utilizza queste stesse argomentazioni
per cercare di dimostrare che la base su cui si regge l'universo è
soprattutto “mentale”. Oggi, ci rendiamo conto che sono tutte tematiche fallaci.
È pur anche vero che una pentola d'acqua messa sul fuoco potrebbe gelarsi,
ma solo a condizione che la pressione atmosferica si incrementi all'istante
in un modo spaventevole. Ma questo non costituisce una sfida, una eccezione
alla legge di base della natura; molto più semplicemente rappresenta
un cambiamento delle condizioni di partenza secondo cui si esegue l'esperimento.
Ricorrendo a questa stessa argomentazione, è possibile dimostrare
che i fisici moderni non hanno affatto dimostrato che le leggi naturali sono
“statistiche”, ma soltanto che una volta su un milione possono risultare diverse.
E una legge di natura salta in aria soltanto per qualche buon motivo.
In questa dimensione, il principio junghiano della “connessione acasuale” può
tranquillamente considerarsi come una mistificazione verbale, da lui appositamente
inventata per gettare polvere negli occhi di quegli stessi scienziati che lo
accusavano, invecchiando, di essersi troppo “deviato” verso l'occultismo. L'esempio
che Jung propone per significare la sincronicità è sintomatico. Racconta
che il 1° aprile del 1949, a casa sua a pranzo si sarebbe mangiato del pesce.
La cosa aveva spinto uno dei presenti a ricordare il pesce d'aprile e la tradizione
di giocare qualche simpatico scherzo proprio in quel giorno particolare. Nel
pomeriggio, un paziente gli aveva portato dei quadri fatti da lui in cui comparivano
dei pesci. La sera qualcuno gli aveva mostrato un ricamo con dei motivi
simili a mostri marini e a pesci. La mattina dopo, un altro paziente gli aveva
raccontato un sogno in cui c'entrava un pesce. Combinazione, in quel momento
Jung si stava dedicando allo studio del simbolismo legato al pesce e prima di
quella serie di coincidenze si era annotato una citazione latina sul pesce. Ebbene,
Jung conclude osservando che una simile serie di eventi non può che consistere
in quella che lui definisce una “coincidenza significativa”, guidata da
una meccanica di accadimento regolata dalla acasualità. Ma, se una coincidenza
è “significativa”, non può che essere governata da una connessione casuale,
anche se non se ne conta una soltanto che la scienza sia disposta a riconoscere.
Con questa immagine, Jung tende a suggerire in realtà un fatto importante: l'intimo
collegamento esistente fra la mente e la natura.
Jung non è stato il solo a considerare questa possibilità. Il biologo austriaco
Paul Kammerer - suicidatosi per la vergogna di sentirsi accusato di aver manipolato
alcuni suoi esperimenti - era pure lui affascinato dalle coincidenze
singolari. Sull'argomento ha scritto un libro intitolato The Law of Series in
cui si raccontano un centinaio di casi per lo meno eccezionali. Eccone uno.
Un giorno del 1915 la moglie di Kammerer mentre stava leggendo un libro in
cui uno dei protagonisti era una certa signora Rohan, tornando a casa sul tram
si era imbattuta in un uomo che assomigliava in modo straordinario a un suo
amico, il principe Rohan, il quale, proprio quella stessa sera, dopo tanto tempo
che non si vedevano, era andato a farle visita. Nel pomeriggio, quando era
sul tram, aveva sentito un uomo rivolgersi a colui che le ricordava il principe
Rohan chiedergli se conosceva il villaggio di Weissenbach sul lago Attersee;
appena scesa dal tram si era infilata in una pasticceria per un acquisto e la
commessa le aveva domandato se conosceva Weissenbach sull'Attersee...
Secondo Kammerer, gli eventi accadono, come dire, a “grappoli” secondo
una sequenza naturale e non casuale, secondo una dinamica che egli immagina
come una regola matematica, che chiama “legge di serialità”. Per dirla
in altre parole, quelle che sembrano coincidenze “assurde” sono in realtà il
manifestarsi di una legge naturale. Kammerer trascorreva intere giornate annotando
con pazienza certosina e maniacale attenzione ogni genere di particolari
- l'età, il sesso, gli abiti delle persone che gli passavano davanti mentre
se ne stava seduto nel parco o in tram - cercando di derivarne la tipica
configurazione a “grappolo”.
Nel suo libro sulla sincronicità Jung offre uno degli esempi più tipici di questo
fenomeno, anche se il primo a citare questo caso è stato Flammarion nel
suo libro L'ignoto. Il poeta Emile Deschamps mentre si trovava in convitto
aveva ricevuto un gustoso pudding alle prugne da un certo signor Fortgibu; all'epoca
il piatto non era ancora diffuso in Francia ed infatti Fortgibu era
appena arrivato dall'Inghilterra. Dieci anni dopo, Deschamps camminando lungo
una via parigina aveva adocchiato nella vetrina di un ristorante quello stesso
dolce ed era subito entrato per acquistarlo. Gli era però stato detto che purtroppo
non era possibile perché era già stato prenotato da un altro cliente, il signor
Fortgibu, seduto ad un tavolo, il quale, molto gentilmente, si era offerto
di condividerlo. Qualche anno dopo, ad un party dove, guarda caso, si distribuiva
pudding alla prugna, proprio mentre Deschamps stava raccontando la
coincidenza occorsagli tanto tempo prima, un domestico, spalancando la porta,
aveva annunciato a voce alta: «Il signor Fortgibu». Questi, fatti alcuni passi
e resosi conto che non era entrato nell'appartamento giusto, dove in effetti
era atteso, aveva fatto marcia indietro e se n'era andato chiedendo scusa.
Questo, non c'è che dire, sembra uno splendido esempio per illustrare la
teoria della “serialità” di Kammerer, ma se nella coincidenza ha da scoprirsi
un qualche significato, esso è senz'altro nascosto. Un altro caso menzionato
da Flammarion presenta una diversa natura. Un giorno, mentre stava seduto
al tavolo a scrivere, una folata di vento gli aveva fatto volar via alcuni fogli
fuori dalla finestra proprio nel preciso istante in cui stava incominciando a
piovere. Sconsolato, aveva deciso che andare a raccoglierli sarebbe stato inutile
e ci aveva rinunciato. Ma qualche giorno dopo quello stesso capitolo volato
via, gli era tornato per mano del suo editore. Il giorno dell'incidente, infatti,
il suo fattorino che stava passando nella via, immaginando che qualcuno
li avesse perduti, li aveva raccolti, ordinati e quindi consegnati all'editore.
Provate a indovinare di che cosa si parlava in quelle pagine... del vento.
A questo punto, sembra si possano verificare almeno due diversi generi di
coincidenze: quelle “seriali”, puramente meccaniche, e quelle di sincronicità
in cui parrebbe che la mente sia in grado di influire con la sua azione sulle
leggi naturali, come quando Rebecca West aveva estratto a caso il libro dallo
scaffale della biblioteca.
A Koestler dobbiamo un caso ancora più singolare. La
scrittrice Pearl Binder stava progettando la stesura di un
racconto satirico assieme con due collaboratori.
Si immaginava che Hyde Park venisse trasformato in un campeggio
per i senza tetto. Il protagonista avrebbe dovuto essere un professore
viennese rifugiato, un vecchio balzano con un sonoro nome
ungherese, Horvath-Nadoly. Due giorni dopo sul giornale era
comparso un trafiletto in cui si
diceva che un pover uomo, uno straniero, senza fissa dimora, era stato trovato
a girovagare a Hyde Park in stato confusionale. Il suo nome
era Horvath-Nadoly. Dunque, alla definizione di questa
incredibile “coincidenza” avevano
senz'altro contribuito tutti e tre gli autori. Se la dobbiamo intendere come
appartenente alla categoria di quelle “significative” piuttosto che a quella
della “serialità a grappolo”, l'unica cosa che si può immaginare è un processo
di natura telepatica e/o precognitiva. In questo caso, in altre parole, essi
avevano solo creduto di inventare una situazione casuale, in realtà, senza rendersene
conto, avevano preferito fornire al loro inconscio il supporto di alcuni
dettagli relativi a una persona reale e vivente, allo stesso modo in cui, qualora
ci venisse richiesto di inventare su due piedi un nome di fantasia quasi
certamente opteremmo per uno già noto e sentito...
Questa spiegazione che ripiega sull'inconscio - la preferita da Jung - è in
grado di spiegare decine di casi di curiose coincidenze legate alla letteratura.
Nel 1898 uno scrittore di nome Morgan Robertson scrisse un libro su una nave
battezzata Titan, «la nave più sicura del mondo», in cui si raccontava di un
terribile impatto contro un iceberg nel corso del viaggio inaugurale attraverso
l'Atlantico. Come tutti sanno, quattordici anni dopo quella storia di fantasia
si era trasformata in realtà, nel drammatico, terribile viaggio del Titanic.
Ma, come se non bastasse, c'è ancora un particolare da aggiungere. Un giornalista,
certo W. T. Stead, aveva pure lui descritto un ipotetico simile naufragio,
chiudendo il pezzo con queste parole: «Questo è esattamente ciò che accade,
e che potrebbe accadere, se le navi di linea affrontano il mare con un
numero insufficiente di scialuppe di salvataggio». Proprio come per la nave
di Robertson anche il Titanic non disponeva del necessario numero di lance
di salvataggio; ma la cosa più incredibile è che W. T. Stead fu uno di coloro
che perse la vita nel disastro.
Nel 1885 un commediografo, Arthur Law, pubblicò un lavoro il cui protagonista
si chiamava Robert Golding, unico sopravvissuto nel naufragio della
Caroline. Appena qualche giorno dopo la prima rappresentazione, i giornali
avevano riportato la notizia di un naufragio: la nave si chiamava Caroline e
l'unico sopravvissuto era un certo Robert Golding.
Nel 1972 un autore di racconti erotici, James Rusk, pubblicò sotto pseudonimo
Black Abductor. La trama era così simile alla storia vera vissuta nel
1974 dall'ereditiera Patty Hearst, rapita dal Movimento di liberazione simbionese
- persino nel nome della protagonista, Patricia - che gli investigatori
dell'FBI erano risaliti a Rusk, per verificare se non fosse stato anche lui
coinvolto, come mente ispiratrice, nel complotto del rapimento. Era ovviamente
innocente: si era trattato di una “pura coincidenza”.
Nel mese precedente l'invasione alleata in Normandia - il D-Day - sul
«Daily Telegraph» nei cruciverba della rubrica dedicata ai passatempi erano
comparsi i codici per le operazioni belliche: Utah, Mulberry,
Neptune e Overlord (il nome dato all'intera operazione). Il
servizio segreto inglese, MI5,
aveva aperto un'inchiesta, sospettando una talpa, ma si era scoperto che il redattore
era un semplice insegnante, tale Dawe, che non sapeva spiegarsi come
mai o perché quelle parole gli fossero venute in testa.
Per spiegare gli eventi “sincronici” Jung era solito citare una frase dello psicologo
francese Pierre Janet, «abaissement du niveau mental», abbassamento
del livello mentale, una condizione che Janet descriveva come un affievolimento
temporaneo delle energie vitali, come sovente può esserci capitato di
sperimentare quando si è stanchi o si è sulla soglia di un esaurimento nervoso.
Secondo Jung, quando la soglia della tensione mentale si abbassa, «il tono
dell'inconscio si eleva, consentendo a questa parte di noi di sfuggire liberamente
dalla gabbia del conscio». Il conscio, a sua volta, è come soggiogato
dalla pesante influenza di strutture che Jung chiama gli «archetipi» o «immagini
primordiali». Queste appartengono all'immenso bagaglio dell'inconscio
collettivo e possono configurarsi, per esempio, in immagini come quelle
della grande madre, dell'eroe divino, del demone, di figure che incarnano
simboli di saggezza. Quando si verifica l'attivazione di un archetipo, le coincidenze
significative trovano un terreno particolarmente fertile per manifestarsi.
Jung elaborò la concezione del principio di sincronicità con la collaborazione,
diciamo tecnica, del fisico Wolfgang Paull, il quale sembrava egli stesso
un catalizzatore di coincidenze acasuali. Ogni volta che Paull cercava di far
funzionare qualche apparato sperimentale, capitava qualcosa. Un giorno a
Gòttingen una complessa apparecchiatura per lo studio di eventi di fisica atomica
era saltata senza alcun preavviso, e si era sentito il professor J. Franck
esclamare: «Sono convinto che Paull non si trova lontano da qui». E così, per
curiosità, gli aveva scritto chiedendogli dove si trovava quel giorno a quella
data ora. Ebbene, Paull aveva risposto che, per una serie di disguidi, il treno
che lo doveva portare a Copenhagen era in ritardo e a quell'ora, quel giorno,
lui si trovava proprio alla stazione di Gòttingen. Molto curiosamente, Paull si
sentiva fortemente coinvolto dall'idea junghiana di sincronicità. Tanto è vero
che nel libro che Jung dedica all'argomento, Paull firma una lunga parte introduttiva
in cui indaga sulle idee archetipiche nell'opera di Keplero, il quale
aveva già immaginato concetti simili agli archetipi almeno trecento anni
prima di Jung, anche se, in verità, la sua concezione era più vicina alle “idee”
di Platone. A Paull dobbiamo il concetto del “principio di esclusione”, secondo
il quale un solo elettrone alla volta può occupare una qualunque orbita
all'interno di un atomo. Egli non ha mai dato alcuna giustificazione fisica
di questa intuizione. Molto semplicemente, l'idea rispondeva con eleganza
alla sua idea di simmetria matematica, secondo lo stesso concetto che aveva
ispirato Avogadro quando aveva ipotizzato che volumi identici di gas contengono
lo stesso numero di molecole. Nel capitolo da lui dedicato a Keplero
all'interno della Enciclopedia di filosofia, Koestler cerca di dimostrare come
Keplero sia giunto ai suoi corretti risultati astronomici a proposito del sistema
solare attraverso idee strampalate sulla Santa Trinità e altre simili, riconoscendo
che le menti creative posseggono una sorta di istinto o intuizione
che spalanca loro le verità scientifiche, in virtù di qualche misterioso principio
assoluto di simmetria o bellezza, che consente di superare il ragionamento
logico. Concetto che sottintende una singolare, quanto strana, affinità
fra la mente umana e la natura e che la mente non è affatto un prodotto accidentale,
costituitosi per caso e quindi privo del “diritto” di cittadinanza all'interno
di un universo razionale. È certamente questa intuizione comune il
tramite che collega Jung e Paull, unendoli in un convincimento condiviso.
Affine a queste idee troviamo un prezioso passaggio tratto dagli scritti di un
autore, un “mago” medievale, il celeberrimo Alberto Magno:
Nell'anima dell'uomo dimora un certo potere capace di alterare le cose e subordinare
ad esso tutto il resto, soprattutto quando essa è preda di un eccesso di amore oppure di
odio. Quando, dunque, l'anima dell'uomo viene catturata da una qualche passione in
modo irresistibile, è provato tramite esperimenti che tale eccesso lega fra loro le cose in
modo magico piegandole al suo volere, a ciò che essa desidera. Chiunque voglia conoscere
il segreto del fare e disfare questo genere di cose, sappia che è potere di ognuno influire
magicamente sulle cose, qualora egli sappia abbandonarsi a una passione forte.
Che è come affermare che una particolare condizione psicologica è in grado
di alterare il mondo della materia, della fisicità. Anche se la “passione all'eccesso”
di cui parla Alberto Magno sembrerebbe essere l'esatto contrario
dell'abaissement della soglia mentale indicato da Jung. Da una parte, dunque,
un calo di vitalità, dall'altra una sua forte intensificazione.
Alcuni concetti relativi all'idea della “fisiologia della mente divisa”, una
teoria venutasi a sviluppare dopo la morte di Jung, sanno offrirci altri spunti
interessanti per la chiarificazione di queste problematiche. Come sappiamo,
il nostro cervello è diviso in due emisferi, proprio come una noce. I fisiologi
del cervello hanno constatato e stabilito che la parte sinistra concerne e sovrintende
la nostra parte consapevole - linguaggio, logica, calcolo - mentre
la destra presiede alla intuizione, al riconoscimento delle forme e all'interiorità.
L'eccezionale scoperta fatta da Roger Sperry ha riconosciuto che quando
si veniva a troncare il setto centrale di unione dei due emisferi - il cosiddetto
corpo calloso - gli epilettici guarivano miracolosamente, ma il dazio
che pagavano era la loro trasformazione in due persone distinte. Emblematico
il caso di uno di questi soggetti che mentre con una mano stava strozzando
la moglie, con l'altra cercava di staccare la prima dal collo della donna.
La persona che chiamiamo “io” vive nell'emisfero sinistro; la seconda persona,
quella che dimora in quello destro, ci è sconosciuta, è uno “straniero”
ed è il “sé intuitivo”. Ad una paziente, dai lobi distaccati, cui era stato fatto
vedere un quadro indecente, sotto l'azione della parte destra del cervello era
avvampata di vergogna; ma a chi le chiedeva perché, rispondendo con la parte
sinistra, non sapeva cosa replicare e semplicemente diceva: «Non lo so,
non lo so».
La parte destra, lo “straniero”, è un artista; quella sinistra, l'“io”, è uno
scienziato. Disponiamo di prove alquanto evidenti attestanti che dovrebbe essere
la sezione destra del cervello quella coinvolta in caso di fenomenologie
extra sensoriali - telepatia, “seconda vista”, rabdomanzia - il cui vero problema
è quello di riuscire a comunicare ciò che conosce dall'esterno, all'io
logico, così affaccendato in tutte le questioni di ogni giorno da non porre
pressoché nessuna attenzione alla vocina dell'inconscio che tenta di farsi
strada verso la luce.
Ma ci sono circostanze in cui lo “straniero” riesce a prendere il sopravvento.
Quando nel 1946 il pugile inglese Freddie Mills combatté
contro Gus Lesnevitch, alla seconda ripresa era già al
tappeto. Da quel momento in avanti
non aveva più ricordato niente fino a quando il giudice aveva segnalato la decima
ripresa. Nei round intermedi aveva combattuto con grande slancio contro
il ben più quotato Lesnevitch ed era al comando ai punti. Però appena si
era “ridestato”, tornando nella più piena consapevolezza, aveva ricominciato
a perdere. Quando al secondo round era caduto, il suo inconscio si era liberato
e aveva assunto il dominio della situazione portandolo a un passo dalla
vittoria. Ecco un tipico esempio di come un “abbassamento della soglia del
livello mentale” abbia prodotto ottime risultanze.
Se, dunque, siamo pronti ad accettare l'idea che esistano individui dotati di
una sorta di “percezione extra sensoriale”, diventa possibile
spiegare fenomeni misteriosi come, per esempio, quello che
potremmo definire “l'angelo
della biblioteca”, quella sconosciuta energia che aveva guidato la mano di
Rebecca West a posarsi casualmente sul volume che stava ricercando. La parte
destra del suo cervello sapeva dove trovare il libro, ma non riusciva a comunicarlo
a quella sinistra, che, guidata dalla razionalità, era solo capace di
affannarsi compulsando cataloghi ed elenchi. Poi aveva scorto il bibliotecario
e per un attimo aveva smesso di pensare in modo ossessivo a quel benedetto
libro che non le riusciva di scovare. Si era sfogata con l'addetto - una
reazione del tutto comprensibile, dal momento che era ormai stanca ed esasperata
- ed era bastato quel momento per consentire all'io interiore, quella
capacità intuitiva che capita sovente di osservare nei grandi atleti, di sgusciare
fuori per farle trovare il libro che cercava... (Sarebbe interessante sapere
con quale mano la signora Rebecca West prelevò il tanto agognato volume,
non dimenticando che la parte sinistra del corpo è governata dall'emisfero
destro e viceversa).
In che modo l'ipotesi della percezione extrasensoriale trova applicabilità in
un altro singolare episodio, citato da Koestler, che ha ancora la signora West
come protagonista? Ancora una volta il teatro dell'azione è la London Library,
dove la West chiede a un addetto di consultare le Memorie di Gounod.
Mentre è in attesa del libro, viene avvicinata da un americano che la riconosce
e che, anche con una certa insistenza, le chiede se è vero, come si dice,
che possegga alcune litografie originali dell'artista Delpeche. La West risponde
di sì e fra loro nasce una conversazione. Intanto il bibliotecario le
consegna il libro richiesto. Sopra pensiero, lo apre a caso e l'occhio subito le
cade su un passo in cui Gounod ricorda come Delpeche sia stato davvero
gentile verso sua madre. Ora, in questo caso possiamo constatare come la catena
delle “coincidenze” sia stata messa in atto - partendo dalla richiesta di
un libro - ben prima dell'arrivo dello straniero e delle sue domande a proposito
di Delpeche; in tal modo diventa letteralmente impossibile sospettare
l'altro io di aver architettato la situazione. L'unica cosa che possiamo supporre
è che l'altro io sapesse che nel libro di memorie di Gounod c'era un riferimento
all'artista di cui stavano discutendo in quel preciso momento, ribadendo
ulteriore attenzione nei suoi confronti con la spinta inconscia ad aprire
il libro nella pagina in cui si parlava di lui...
Ma perché? Una risposta accettabile è più che evidente. Ormai si può dire
che l'uomo moderno è “dissociato” a livello mentale, la sua testa è divisa in
due sezioni, con la sinistra che svolge una funzione decisamente predominante.
Questo comporta un fatto importante: egli è consapevole soltanto di
metà del suo essere. Ogni qual volta però l'altro emisfero in qualche modo si
desta - come quando la musica o la poesia “riaccendono” l'emozione o quando,
per esempio, un odore particolare ci riporta al tempo della fanciullezza -
il soggetto sperimenta una profonda sensazione di gioia, quella che G. K.
Chesterton definisce «assurde ottime novità». Più l'uomo resta intrappolato
dal cervello sinistro e si lascia abbattere dalla fatica, dallo scoramento, dalle
preoccupazioni più si esclude con le sue stesse mani da questa profonda soddisfazione
interiore di estremo benessere. Se solo riuscisse a mettere a
punto un metodo istantaneo che gli consentisse di ristabilire
al volo il contatto con
la sua forza interiore - Abraham Maslow chiama questo genere di sinapsi
“esperienze di picco” - la sua vita subirebbe una trasformazione incredibile.
Per l'altro io deve risultare estremamente irritante osservare l'emisfero sinistro
lasciarsi affogare in situazioni di disagio e inutilità assolutamente superflue,
rovinando completamente, così facendo, la sua vita o, meglio ancora, le
loro due vite. Sotto questo aspetto, allora, potremmo scorgere come ipotesi
fruttificante le “sincronicità” - come quella del libro Memorie di Gounod -
come dei tentativi da parte dell'altro io di ricordare la sua esistenza alla parte
sinistra della personalità, cercando nel contempo di riscattarla dalla sua perenne
condizione di “contingenza”, quel sentimento che Proust ha descritto
come «mediocre, accidentale, mortale».
C'è poi un'altra categoria di eventi sincronici che non possono essere giustificati
ricorrendo all'ipotesi paranormale. Si tratta di quelle “coincidenze”
da cui Jung aveva preso le mosse per cercare di spiegare il fenomeno. Tipico
è il caso dell'I-Ching, dove la risposta “logica” che scaturisce dal consulto
determinato dal lancio delle monete non può essere spiegata dall'ESP. La logica
e il comune buon senso suggeriscono che il lancio delle monete non può
che determinare un risultato casuale, a meno che qualcosa non interferisca
col loro moto nel momento in cui vengono lanciate. Per i Cinesi questo tradizionale
quanto antichissimo oracolo è una specie di entità vivente - dalla
ovvia natura sovrannaturale - e, se così fosse, possiamo immaginare sia proprio
questa misteriosa entità occulta a dare la risposta attesa, manipolando,
chissà come, la caduta delle monete secondo il suo volere. Dal momento che
la psicologia occidentale rigetta la soluzione supernormale, la sola spiegazione
che resta è quella che ci fa ritornare al punto di partenza, alla nozione della
mente inconscia, l'altro nostro sé, capace di influire sulla caduta e sulla disposizione
delle monete per l'azione di forze paranormali di ordine psicocinetico,
“la mente che domina la materia”. Solo che mentre questa ipotesi può,
bene o male, offrire una spiegazione a proposito del meccanismo che regola
l'oracolo dell'I-Ching, non è in grado di farlo per esempio, per la serialità
sincronica del caso dei pesci citato da Jung e da lui trovato tanto intrigante:
l'iscrizione latina sui pesci, la ricorrenza del pesce d'aprile, il paziente che
aveva dipinto un pesce, il tessuto ricamato a motivi di pesci mostruosi, il successivo
paziente che aveva sognato un pesce. Tutto questo, questa sincronicità
collegata non può essere spiegata chiamando in causa la psicocinesi.
Lo stesso vale per la sincronicità a “grappolo” menzionata da Koestler. Un
medico gli scrisse che gli capitavano sovente “coincidenze” strane. Per esempio,
se un malato affetto da una rara sindrome veniva ricoverato nel reparto
di chirurgia, poteva star certo che da lì a breve sarebbe stato seguito da un altro
colpito dallo stesso male; oppure se accadeva di ricoverare un paziente di
nome Donnell, a ruota ne arrivava subito un altro. In un'altra lettera si menzionavano
simili costellazioni sincroniche di varia tipologia: un dentista sottolineava
come in uno stesso giorno potessero capitargli casi uno fotocopia
dell'altro; la stessa cosa gli era stata raccontata da un oculista e persino da un
manutentore di macchine da scrivere, al quale c'erano giorni che succedeva
di ricevere a raffica lo stesso modello di macchina da riparare oppure macchine
diverse ma tutte bloccate dal medesimo guasto.
Va da sé che fino a quando un matematico non scoprirà una nuova, organica
legge sulla serialità, una spiegazione convincente per questo genere di singolarità
non potrà essere proposta. La sola osservazione che possiamo fare
con una certa sicurezza è che questi eventi inducono in chi li vive lo stesso
effetto di quello stato psicologico detto “serendipità” - l'improvvisa gioiosa
sensazione che l'universo alla fine è poi meno assurdo e imperscrutabile di
quanto riteniamo. Ecco, ciò che Jung pensa a proposito della sincronicità è
proprio questo. A ben guardare, volendo fare i critici attenti e meticolosi, si
potrebbe dire che Jung - il quale, detto per inciso, era figlio di un pastore protestante
- con questa ipotesi stia cercando di fare entrare Dio dalla porta di
servizio. Infatti, tutti i suoi tentativi di spiegare a livello scientifico i fenomeni
sincronici sono poco convincenti, soprattutto perché la definizione “principio
di connessione acasuale” comprende una contraddizione in termini, a
meno che Jung, come pare, non stia ammettendo che siamo al cospetto del
“puro caso”, ammissione che, da sola, è sufficiente a minare la sua teoria. Insomma,
una coincidenza ha un senso oppure non ce l'ha; ma nel momento in
cui ha un senso non è più una coincidenza.
In ultima analisi, viene da constatare che accettare o respingere un evento di
sincronicità sembra essere una questione meramente personale, legata all'indole
di ognuno di noi. Per quanto mi riguarda, sono propenso ad accettarlo,
perché la mia esperienza mi induce a credere che le coincidenze sono dei segnali,
non sono casuali, hanno un senso. Una mattina, mentre mi apprestavo
a iniziare il capitolo di questo libro dedicato a Giovanna d'Arco, mi era caduto
l'occhio su uno scaffale della mia libreria dove stavano in bella fila alcuni
numeri della rivista «International History Magazine». Istintivamente,
decisi di dare un'occhiata alla caccia di qualche articolo interessante. Aperto
a caso il primo fascicolo mi si era spalancato davanti un articolo su Giovanna
in cui ci si chiedeva se la pulzella era per davvero riuscita a evitare il rogo.
L'articolo non mi è stato di alcuna utilità, dal momento che, dette le solite
cose, non affrontava neppure di striscio il mistero relativo alla signora des
Armoires. Questo particolare starebbe a significare che la coincidenza non
era significativa? Non credo. Da qualche altra parte in questo libro viene
menzionata l'interessante teoria sulla sincronicità proposta da Jacques Vallèe.
Mentre stava organizzando una ricerca su un culto religioso che usava il nome
del profeta Melchisedec, passava un mucchio di tempo a mettere insieme
tutte le fonti e i riferimenti possibili sull'argomento. Un giorno, a Los Angeles,
aveva chiesto a una taxista di rilasciargli una ricevuta. In calce al documento
spiccava la firma M. Melchizedeck. Fatta una rapida
ricognizione Vallèe aveva scoperto che quel particolare
cognome era l'unico in un vasto circondario.
Vallèe afferma che due sono i modi in cui un bibliotecario può immagazzinare
le informazioni. Uno consiste nel disporle negli scaffali in rigoroso ordine
alfabetico. Ma gli informatici, grazie al computer, hanno scoperto che
esiste un modo più semplice e veloce. Preferiscono
immagazzinare le informazioni man mano che arrivano - come se
il nostro bibliotecario mettesse i
libri e le riviste che gli arrivano in biblioteca in fila senza ordine uno accanto
all'altro lungo gli scaffali - disponendo di una chiave o algoritmo in grado
di ordinarle in un secondo momento. (In una biblioteca, l'equivalente sarebbe
questo: appena arriva un nuovo libro, sulla costa gli viene applicato
una specie di sensore; ciascun sensore risponde alla chiamata di un codice, e
uno soltanto, proprio come un telefono. Quando il bibliotecario richiama un
libro non deve far altro che digitarne il numero di codice sulla sua tastiera e
lasciarsi guidare dal sensore applicato al libro che incomincia a segnalare con
un bip la sua postazione).
Secondo Vallèe «il mondo potrebbe essere organizzato più come una serie
di dati disposti a caso che non come una biblioteca ordinata e sequenziale».
Nel caso di sincronicità di cui era stato protagonista, era stato come se, consultato
il catalogo generale dell'universo, avesse semplicemente chiesto:
«Sto cercando Melchisedec», e subito un solerte bibliotecario avesse istantaneamente
risposto: «Va bene questo?». E Vallèe: «No, non va, si tratta di una
taxista...».
Questo, come dice Jung, contempla, giocoforza, una mutua interazione fra
la mente e l'universo, mentre la chiave per risalire alle informazioni disponibili
consiste nel riuscire a sintonizzarsi, tramite la giusta condizione mentale:
un forte interesse o una violenta eccitazione, l'eccesso di passionalità di cui
parla Alberto Magno.
Ecco un altro caso che mi riguarda personalmente. Sono stato indotto a scrivere
questo capitolo in parte dalla coincidenza già accennata riguardante
Giovanna d'Arco, in parte da un altro fatto sincronico accaduto uno o due
giorni dopo. Con la posta mi era arrivata una copia del libro di
Barbara Branden sulla biografia di uno scrittore americano, Ayn Rand. Il giorno dopo,
mentre a letto lo stavo leggendo, era tornato il postino. In un piccolo pacchetto
c'era la copia di un libro economico: un racconto gentilmente inviatomi
da uno dei miei lettori. La lettera allegata iniziava così: «Nella recente
biografia di Barbara Branden dedicata alla vita di Ayn Rand, voi siete menzionato
in una nota a fondo pagina...».
Mezz'ora dopo, mentre stavo recandomi nel mio studio, avevo notato un
giornale che mia moglie mi aveva messo in evidenza sulla soglia di casa. Le
avevo chiesto: «Di che si tratta?», e lei mi aveva risposto: «C'è un articolo in
cui si parla di Hemingway, credo ti interessi». Era vero: si trattava dell'articolo
in cui si menzionava il manoscritto perduto da Godfrey Smith, il caso citato
all'inizio di questo capitolo.
Come sono uso fare, decisi di non scrivere subito queste pagine sul fenomeno
delle coincidenze, ma di aspettare, e di dare il via invece al caso della
misteriosa scomparsa di Mary Rogers. Presi il volume dei racconti brevi da
uno scaffale della mia libreria e lo aprii al racconto intitolato La misteriosa
morte di Marie Roget. All'inizio si legge: «Vi sono poche persone, anche fra
i più imperturbabili pensatori, che non siano state spinte talora a una vaga,
ma sconcertante semicredenza del soprannaturale da coincidenze di un carattere
così prodigioso, che l'intelletto si è rifiutato di accettarle come semplici
coincidenze». Inutile dire che mi misi all'istante a scrivere questo capitolo
che state leggendo.
Come se ci fosse stato bisogno di confermare ulteriormente questa scelta,
un'altra singolarità si era manifestata in quella stessa giornata. Mentre ero sul
punto di lasciare lo studio, lo sguardo mi era caduto su una disordinata pila
di libri cui non facevo caso chissà da quanto e in particolare su un titolo che
proprio non ricordavo: You Are Sentenced to Life di W. D. Chesney, edito in
California da un editore privato. L'argomento era la vita dopo la morte. L'avevo
acquistato da molto tempo e, come sovente mi capita, non l'avevo degnato
di un'occhiata, anzi, per quel che ricordavo, non l'avevo neppure mai
sfogliato. Di colpo, decisi che era giunto il momento di rimediare. Più tardi
nel pomeriggio, avevo trascorso un'ora a leggiucchiarlo, saltando da un capitolo
all'altro senza alcun ordine; poi, proprio mentre stavo per chiuderlo e
posarlo, decisi di correre alla fine. L'ultima pagina era intestata con questa
scritta in carattere maiuscolo: ORDINE DI MELCHISEDEC. Si trattava della
stampa di una lettera di Grace Hooper Pettipher, “Istruttore dell'Ordine di
Melchisedec”, in cui si pubblicizzava un altro titolo edito dalla stessa casa
editrice. Non credo che negli oltre duemila libri conservati nel mio studio in
quel momento ce ne fosse un altro in cui compariva il nome di Melchisedec,
eppure, guarda caso, mi ci ero imbattuto proprio mentre stavo scrivendo un
articolo sulla sincronicità in relazione a Melchisedec. Davvero incredibile.
Per quanto attiene alla mia personale esperienza, queste cose, questi fatti mi
coinvolgono tutte le volte in cui “mi sento bene e sono in forma”, quando sono
scattante, pronto, allegro e ottimista; mai quando sono stanco, annoiato o
preoccupato. Questo mi ha portato a elaborare una mia personale ipotesi a
proposito dei fenomeni di sincronicità. Eccola. Nella mia qualità di scrittore,
mi sento bene quando sono recettivo e attento. In queste condizioni avverto
un “senso nascosto” che si cela dietro la facciata in apparenza imperscrutabile
delle cose che accadono ogni giorno. Ma questa sensazione credo non si
verifichi soltanto per chi scrive, ma per tutti gli uomini. Quando l'immaginazione
è attiva siamo consapevoli che dentro di noi esiste un altro io, la parte
più intuitiva del nostro essere. Quando, al contrario, prevalgono stanchezza e
sfiducia, ci sentiamo come incagliati, bloccati nelle nostre potenzialità. Avvertiamo
quella sensazione che Wiliam James descrive bene, quando dice «i
fuochi del nostro io sono spenti, siamo frenati in ogni nostra azione». Certo,
per uscirne basta una crisi improvvisa, uno stimolo, di solito poco piacevole;
ma il più delle volte questo non accade. Ci si deve sentire fortemente irritati
contro l'altra parte di noi, riconoscere in lei l'ottusità e la grettezza che in genere
la distinguono per riuscire a venire a capo di una ribellione che si manifesta,
infine, in un piacevole senso di libertà e consapevolezza. In questa dimensione,
un fenomeno sincronico può essere la miccia che innesca il processo
di rivitalizzazione, l'allarme che ci richiama alla coscienza di noi. E se
l'altro nostro io decide che è la coincidenza il tramite per ricondurci al possesso
consapevole di tutto il nostro essere, ebbene non perdiamo più tempo,
non gettiamo al vento un'altra opportunità. Svegliamoci.
La coincidenza di Melchisedec mi sembra appartenere a un'altra categoria
ancora, oltre a quelle già ricordate; quella della conferma che si sta seguendo
la “strada giusta”. Quando, sul finire degli anni Sessanta, decisi che mi sarei
occupato di studi sul paranormale e iniziai a scrivere il mio primo lavoro importante,
L'occulto, questo tipo di fenomeni diventarono norma. Nel libro ricordavo
un episodio. Un giorno mi serviva risalire a una citazione alchemica
che, ne ero certo, si trovava nascosta nelle pagine di uno dei tanti testi che
affollavano il piano della mia scrivania e gli scaffali della biblioteca. Era verso
sera, alla fine della giornata e mi sentivo stanco e irritato. Per di più, aver
dimenticato dove ritrovare quella frase mi sconcertava; ero spaventato dal
fatto di dovermi mettere a consultare decine e decine di libri senza, in aggiunta,
essere sicuro di farcela... Ad un tratto la consapevolezza si era fatta
largo da sola. Come guidato da una forza superiore, mi ero alzato dalla sedia,
avevo attraversato la stanza puntando dritto su uno scaffale ben preciso per
prendere un libro. Nell'estrarlo, in modo del tutto casuale, ricordo di aver fatto
cadere il libro che gli stava a fianco. A terra questo si era aperto ad una pagina:
esattamente quella che conteneva la citazione che andavo cercando!
Non potrò mai scordare il lampo di soddisfazione e di gioia interiore che mi
aveva percorso, come se mi fossi reso conto che qualche invisibile protettore,
un angelo gentile, si fosse dato da fare per aiutarmi. Bellissimo.
Ora, il fenomeno di un libro casualmente fatto cadere che si spalanca alla
pagina giusta, quella e non un'altra, è molto più simile al meccanismo che regola,
se così si può dire, l'oracolo dell'I-Ching che non, per esempio, la serie
di coincidenze a grappolo del caso della moglie di Kammerer legata al principe
Rohan e al lago di Attersee o di Flammarion e il pudding di prugne del
signor Fortgibu. In tutti i casi, comunque, si tratta di eventi che rivelano di
possedere affinità e assonanze reciproche. La cosa si complica nel momento
in cui proviamo a classificarli. Quando la signora Rebecca West approda al
libro che sta disperatamente cercando, la sua esperienza ha il tono del paranormale.
Il libro che quasi da solo schizza fuori da uno scaffale per aprirsi sul
pavimento a una data pagina, sembra coinvolgere altre energie ancora oltre a
quelle extrasensoriali: qualcosa di molto simile alla psicocinesi, il dominio
della mente sulla materia. Eppure, né l'ESP (la percezione extrasensoriale) né
la psicocinesi riescono a dare ragione della costellazione di coincidenze della
signora Kammerer, mentre nel caso del pudding del signor Fortgibu siamo
addirittura sul confine dell'assurdo. In altre parole, sembra che ci troviamo
ad avere a che fare con quella forza, quella entità segreta che Charles Fort ha
definito il “giullare cosmico”, definizione che fa inorridire ogni parapsicologo
che si rispetti.
Ma anche se la sincronicità rigetta ogni tentativo di rientrare all'interno di
una qualche teoria scientifica, è evidente che questo non ci autorizza a negarne
la concreta realtà. Alla scienza molte cose sono ancora del tutto ignote:
quando e come l'universo è iniziato, che cosa è veramente il tempo, che
cosa si nasconde oltre il limite delle stelle visibili. Infatti, la scienza continua
a fare uso con estrema disinvoltura di termini come spazio, tempo, moto come
se si trattasse di concetti acquisiti e compresi fino in fondo. D'altra parte
nessuno si è mai sognato di accusare Cantor, il grande genio matematico, di
essere uno stregone o un mistico per il solo fatto di aver architettato una matematica
che si fonda sul concetto di infinito. La scienza continua a crescere
e a svilupparsi del tutto indifferente al fatto che i suoi concetti fondamentali
sembrino affondare le radici in un altro mondo, quello della metafisica.
Quando stringiamo il campo e consideriamo la nostra realtà da un punto di
vista strettamente utilitaristico, una cosa sola viene limpida a galla: il vero
problema dell'uomo è la mancanza di una meta, di uno scopo. In quei brevi,
curiosi istanti di profondo rilassamento o di improvvisa felicità che ogni tanto
ci capita di vivere, questa sensazione è percepibile. Ci rendiamo conto,
cioè, di quanto sia stupido perdere di vista finalità e direzione del nostro agire
e che se solo fossimo in grado di riuscire a vivere sempre in quello stato di
più accentuata consapevolezza di noi e del mondo che ci sta attorno, la nostra
vita assumerebbe tutt'altra dimensione, trasformandosi completamente. Perché
se in questi momenti “magici” fossimo capaci di affinare la nostra capacità
percettiva, allenandoci a vivere consapevoli che, al di là della facciata il
più delle volte anonima del presente, si nascondono al contrario dei sensi nascosti,
delle motivazioni segrete al nostro vivere, ebbene, ogni nostro problema
si risolverebbe d'incanto. Se quella che Jung ha chiamato “sincronicità”
racchiude in sé questo potere, ridestando in noi il senso di significato e scopo
dell'esistenza, allora diventa prioritario per noi accettarla per quello che è,
vale a dire una coincidenza significativa, qualcosa che conta, indifferenti al
fatto che abbia o meno una valenza scientifica.
 
CAPITOLO 55.
LA COMBUSTIONE UMANA SPONTANEA.

Nella serata di domenica 1° luglio 1951 la signora Mary Reeser, settantasette
anni, si sentiva particolarmente depressa e se ne stava sola accoccolata
sulla sua poltrona preferita concedendosi una sigaretta. Verso le 21 la sua
colf, signora Pansy Carpenter, le aveva dato un veloce saluto di buonanotte e
si era ritirata nella sua cameretta. La Reeser però le aveva detto di non avere
sonno e che si sarebbe goduta ancora un po' di quella calda notte di St. Petersburg,
in Florida. Alle 5 del mattino la signora Carpenter si era svegliata di
soprassalto, fortemente disturbata da un acre odore di fumo. Pensando alla
pompa dell'acqua surriscaldata - cosa che a volte succedeva - era scesa in
garage per disattivarla e quindi era tornata a dormire. Ma alle 8 in punto si
era di nuovo svegliata. Questa volta era il postino, che recapitava un telegramma
per la signora Reeser. Firmata la ricevuta, la Carpenter si era affrettata
verso la camera della padrona. Aprendo la porta, aveva notato con grande
sorpresa che il pomello era caldo, al punto da non poterlo girare. Allora si
era affacciata alla finestra e aveva chiesto aiuto a due decoratori che stavano
lavorando appena al di là della strada. Entrato in casa, uno di loro, messo uno
straccio ripiegato sul pomello, aveva spalancato la porta. La stanza sembrava
vuota, né si notavano segni d'incendio. Poi la Carpenter aveva notato un
grosso buco nel tappeto, proprio nel punto in cui un tempo stava la poltrona.
Perché non ne erano rimasti che pochi brandelli. Nel bel mezzo spiccava un
teschio umano, ridotto alla grandezza di una palla da baseball e un grosso
frammento di fegato, attaccato a una vertebra. Accanto c'era un piede ancora
infilato in una pantofola di raso. Uno spettacolo raccapricciante.
La povera signora Reeser era la vittima di un inquietante e misterioso fenomeno:
la combustione umana spontanea, di cui sono noti alcune centinaia di
casi. Ciò malgrado, nel loro testo guida Medicina forense, i dottori S. A.
Smith e F. S. Fiddes si peritano di asserire con sicumera: «La combustione
umana spontanea non può verificarsi, dunque non esiste alcuna motivazione
per cui se ne debba parlare in questo contesto». Ecco un esempio tipico di ottusità,
in cui la scienza denigra e rinnega ciò che non si allinea alla sua aspettativa,
ciò che esce dal quadro canonico che essa si è fatto della realtà fisica.
Si tratta della stessa cecità che spinse il pur grande chimico Lavoisier a negare
l'esistenza dei meteoriti.
Il caso della povera signora Reeser merita la citazione perché viene anche
ricordato dall'esimio professor John Taylor nel suo libro
Science and thè Supernatural, un libro che si prefigge di
scardinare il paranormale, una piaga
che, secondo Taylor, altro non fa che dare credito a eventi che non posseggono
nulla di scientifico. Ciò premesso e continuamente sottinteso, tuttavia
Taylor è praticamente costretto dall'evidenza ad ammettere l'esistenza di alcuni
fatti singolari «ragionevolmente convalidati» che la scienza stenta a
spiegare e fra questi, appunto, ricorda quello della signora Reeser.
Ventinove anni dopo, nell'ottobre del 1980, un caso di combustione spontanea
viene osservato da vicino. Ne è protagonista un pilota donna, la signora
Jeanna Winchester. Mentre sta viaggiando in auto lungo la Seaboard Avenue
di Jacksonville, in Florida, in compagnia di un caro amico, Lesile Scott, tutto
di colpo, il suo corpo si incendia come dal nulla. La donna, terrorizzata,
grida di farla scendere subito dalla macchina. Scott, ancor più spaventato, lascia
il volante e tenta disperatamente di spegnere le fiamme con le mani.
L'auto, intanto, si schianta contro un palo del telegrafo. Al centro ustionati, si
appura che oltre il 20% del corpo della donna è ustionato in modo grave. Per
sua fortuna, Jeanna sopravvive.
Nel 1976 Michael Harrison ha pubblicato un libro sul fenomeno. Si intitola
Fire from Heaven, vi vengono citati dozzine di casi, da dove si evince una
delle peculiarità più singolari della combustione spontanea, vale a dire che
essa quasi mai si estende oltre il soggetto aggredito dal misterioso fuoco. Il
lunedì di Pentecoste del 1725 nella città francese di Reims, Nicole Millet,
moglie del proprietario della locanda “Leon d'oro”, viene trovata bruciata su
una poltrona rimasta intoccata. Il marito viene accusato di omicidio. Ma un
giovane chirurgo, il dottor Claude-Nicholas Le Cat, tanto fa da riuscire a convincere
la giuria che in realtà la combustione umana spontanea è possibile. Il
Millet viene così graziato e il verdetto mutato: la donna era stata “visitata dal
fuoco divino”. Il caso ispira un ricercatore francese, Jonas Dupont, il quale si
ripromette di raccogliere tutta la casistica disponibile su questo inesplicabile
fenomeno. Frutto del suo impegno è il volume intitolato De
incendiis corporis humani spontaneis, dato alle stampe a Leida
nel 1763.
Un altro celeberrimo caso di questo periodo è quello della
contessa Cornelia dei Bandi di Cesena, sessantadue anni,
ritrovata sul pavimento della camera
da letto dalla sua dama di compagnia. Anche in questo caso uno spettacolo
orribile: sulle gambe rimaste intatte, c'era la testa mezza bruciacchiata,
tutto il resto del corpo era stato divorato dalle fiamme, ridotto in cenere, mentre
nell'aria fluttuavano polveri impalpabili. Il letto si era preservato. Le coperte
erano discoste, come se la poveretta avesse tentato di correre alla finestra,
invano, perché le fiamme l'avevano istantaneamente divorata, lasciandola
in piedi, così che la testa le era caduta sul troncone delle gambe, il resto
del corpo miseramente distrutto. Al contrario della moglie del taverniere Millet,
la contessa Cornelia non amava bere. (Una delle ipotesi più diffuse che in
quel momento storico veniva proposta per spiegare la combustione spontanea
chiamava in causa la presenza di una ingente quantità di alcol nel corpo del
malcapitato).
Nel XIX secolo sono due gli scrittori famosi che ricordano il fenomeno. Il primo
è il capitano Marryat, il quale prendendo spunto da un articolo comparso
sul «Times» nel 1832, fa morire in tal modo Jacob Faithful, l'eroe del suo omonimo
romanzo, ridotto nel letto a «un mucchietto maleodorante di cenere».
Vent'anni dopo, nel 1852, è la volta di Charles Dickens in Casa desolata far
morire di combustione spontanea l'odioso ubriacone Krook, ridotto a un cumulo
di cenere, come un ciocco da camino consumato. G. H. Lewes, l'amante
di George Eliot, prendendo proprio spunto dal romanzo di Dickens dichiara
che la combustione spontanea non esiste. Di rimando, Dickens nella sua prefazione
al romanzo lo contraddice, citando la bellezza di trenta casi comparsi sui
giornali. Ciò malgrado, alla fine del pezzo sul personaggio di Krook nella sua
Enciclopedia dickensiana (1924), l'autore Arthur L. Hayward afferma in modo
dogmatico: «L'eventualità del fenomeno delle combustione umana spontanea è
stata finalmente e per sempre rinnegata». Peccato che Hayward non precisi in
virtù di quale esperimento sia approdato a una tale certezza.
Il libro di Harrison, un interessante insieme di risultati di varie ricerche, non
lascia adito a dubbi in merito alla realtà del fenomeno della combustione umana
spontanea. Ma che cosa la provoca? Molto correttamente, egli riconosce
l'impossibilità di offrire una risposta logica, tuttavia offre alcuni spunti di considerazione.
Harrison cita lo studio di un dottore americano, Mayne R. Coe junior,
interessato alla telecinesi, il potere della mente sulla materia. Lo stesso
Coe era capace di far ondeggiare delle sottili strisce di alluminio infilate sulla
punta di aghi mettendoci sopra la mano: non ci pare nulla di particolare, visto
che si tratta senza dubbio di una qualche forma di energia fisica magnetica.
Poi, con l'intento di sviluppare la sua bioelettricità, Coe era passato allo yoga.
Un giorno, mentre se ne stava tranquillamente seduto in poltrona, era stato
percorso da una forte scossa elettrica che, partendo dalla testa, gli aveva attraversato
tutto il corpo scaricandosi dai piedi, per sua fortuna una corrente a alto
voltaggio ma a bassa intensità. Si era reso conto di possedere un notevole
potenziale. Appesa al soffitto tramite un cordino una scatola di cartone leggero,
se la stanza in cui sperimentava era asciutta e secca, si era reso conto di poterla
fare ondeggiare lievemente operando a distanza, semplicemente volendolo.
Nel corso di un altro esperimento si era "caricato” con una corrente continua
a 35.000 volt, scoprendo che, in quelle condizioni, gli riusciva di far
muovere la scatola allo stesso modo. Tutto questo, per dimostrare che durante
i suoi esercizi mentali produceva una corrente elettrica ad alto voltaggio. In
un'altra occasione, mentre si trovava in volo a più di 6000 metri, con l'aria
estremamente secca, dopo essersi fatto “caricare” con 35.000 volt in corrente
continua, dal suo corpo si erano sprigionate delle scintille. Secondo Coe, questo
poteva spiegare il fenomeno della levitazione - quando lo yogi in stato meditativo
si solleva nell'aria - dove il corpo umano che rappresenta la carica
positiva viene respinto dalla superficie terrestre a carica negativa.
Harrison menziona altri casi di uomini che si comportano come vere e proprie
“batterie” viventi, persone “calamita” (sovente si tratta di bambini) capaci
di sviluppare una carica elettrica incredibile. Nel 1877 si ricorda il caso
di Caroline Clare di Londra, nella regione dell'Ontario, vera calamita umana
in grado di attirare gli oggetti metallici e dare una scossa per nulla leggera fino
a venti persone in catena fra loro tenendosi per mano.
All'epoca dei misteriosi fenomeni, la giovane soffriva di
turbe adolescenziali. Frank McKinistry, di Joplin nel
Missouri, in alcuni momenti esercitava una forza magnetica
così potente da non essere in grado di staccare i piedi da terra. Restava impalato
sul posto, come inchiodato. Al 1895 risale invece il caso della quattordicenne
Jennie Morgan di Sedalia, Missouri, in grado di generare un potenziale
elettrico così forte da mettere al tappeto un uomo di grande corporatura.
Sovente, quando toccava o anche solo sfiorava degli oggetti metallici, dai
polpastrelli si sprigionavano delle vere e proprie scariche con tanto di scintille.
In questo contesto, vale ricordare che molti adolescenti al centro di fenomeni
di poltergeist (vedi il Capitolo 3) associano a queste manifestazioni anche
la capacità di sviluppare potenzialità magnetiche ed elettriche. Le cronache
francesi del 1846 riportano il caso di una ragazza di nome Angélique
Cottin divenuta una vera batteria elettrica umana. C'erano volte in cui gli oggetti
da lei toccati schizzavano via violentemente e una volta un pesante telaio
di legno di quercia si era messo a “ballare” non appena Angélique si era
avvicinata. Invece Esther Cox, di Amherst, nella Nuova Scozia, ritenuta il
“fuoco” attorno al quale si manifestavano strani fenomeni paranormali, possedeva
un tale magnetismo da attirare posate e coltelli anche da notevole distanza.
Sembra si presentino due tipi di cariche, negativa e positiva.
Secondo il dottor Coe, ogni cellula dei muscoli dell'uomo è assimilabile a
una piccola batteria e un solo centimetro cubico può sviluppare non meno di
400.000 volt. (Il geniale inventore Nikola Tesla era solito dimostrare che il
corpo umano è in grado di raccogliere un immenso potenziale di cariche elettriche
- sufficiente a innescare la luminosità di una lampada al neon - a condizione,
ovviamente, che l'intensità della corrente sia bassissima).
Ma anche questo non sembra fornire una spiegazione plausibile per la combustione
umana spontanea, anche perché il punto cruciale delle dimostrazioni
di Tesla consiste nel fatto che tutto questo accade senza sprigionamento di
fiamma. Ciò che la innesca è l'intensità. (Provate, con le giuste cautele, a collegare
fra loro con un cavo normale due batterie d'auto a 12 volt; in un attimo
il filo si fonde e se vi procurate un cavo a sezione maggiore lo sentirete ben
presto caldo). Questo spiegherebbe come mai tutto ciò che sta attorno a una povera
vittima di combustione spontanea non risulta danneggiato, semplicemente
perché non trattandosi di conduttori non si verifica un passaggio di corrente.
Il fenomeno della combustione spontanea sembra non fare differenza fra le
vittime, che possono essere sia persone anziane che giovani. Il 27 agosto
1938, a Chelmsford, Essex, mentre stava danzando con grande energia, la
ventiduenne Phyllis Newcombe aveva incominciato molto stranamente a
brillare di una luminosità azzurrognola e dopo un attimo si era trasformata in
una torcia umana, morendo in pochi minuti. Nell'ottobre dello stesso anno,
una ragazza di nome Maybelle Andrews, mentre stava allegramente danzando
in un night di Soho con il suo ragazzo, Billy Clifford, si era incendiata
spontaneamente, con le fiamme che si erano sprigionate dalla schiena, dal
petto e dalle spalle. Il ragazzo, seriamente ustionatosi nel tentativo di aiutarla,
testimoniò che in quella sala non c'era alcuna fiamma libera e che il rogo
si era scatenato fuoriuscendo dal corpo della povera Maybelle.
Mentre la stavano portando al pronto soccorso la giovane era
morta. In casi come questi è
evidente che la frenetica attività danzante sembrerebbe essere la causa scatenante
del misterioso fenomeno, innescando elettricità di natura statica. Michael
Harrison, in proposito, sottolinea come la “danza rituale” a cui ricorrono
le tribù primitive serva appunto per riscaldare l'atmosfera e far crescere la
tensione. A suo parere è proprio ciò che succede in questi casi.
Sempre Harrison mette in evidenza una curiosità legata a collegamenti geografici.
Il 13 marzo 1966 tre uomini morirono contemporaneamente di combustione
spontanea. John Greeley, il timoniere della nave Ulrich,venne ridotto
in cenere a pochi chilometri a ovest di Finisterre; a Uptonby-Chester, il camionista
George Tumer, venne trovato carbonizzato vicino a una ruota del suo
camion, che era scivolato in un fosso; a Nimega, in Olanda, il diciottenne Willem
ten Bruik era morto arso vivo accanto alla sua macchina. Come accade in
questi casi, tutto ciò che stava attorno alle vittime non aveva riportato alcuna
bruciatura. Harrison osserva che al momento della loro misteriosa morte i tre
malcapitati si trovavano ai vertici di un triangolo equilatero, dal lato lungo circa
550 km. Come poter escludere che la superficie terrestre non emetta essa
stessa delle scariche di energia elettrica, secondo uno sconosciuto schema
triangolare?
Un altro ricercatore, Larry Arnold, ha espresso le sue ipotesi nel numero di
gennaio del 1982 della rivista «Frontiers of Science». Si tratta della teoria
detta delle ley lines, correnti di energia tellurica che solcano la superficie terrestre.
Alfred Watkins, l'uomo a cui si deve la scoperta di queste linee, fa notare
come proprio lungo queste linee ricorrano moltissimi punti brent, un vocabolo
che nell'antico inglese significa “bruciato”. Altri “cacciatori di ley lines"
suggeriscono che i grandi cerchi megalitici di pietre starebbero proprio
a ridosso di nodi ley cruciali, nei punti in cui più linee telluriche energetiche
si incrociano. Viene spontaneo, a questo punto, notare come quasi sempre ai
cerchi di pietre si associ la tradizione della danza: pensiamo a Merry Maidens
in Cornovaglia oppure alla stessa Stonehenge, popolarmente nota col nome
di “Danza dei giganti”. Storici e studiosi affermano che questi luoghi erano
dedicati alle danze sacre proprio perché i danzatori, trovandosi a ridosso delle
linee di forza, potessero caricarsi di energia tellurica.
A Larry Arnold dobbiamo la redazione di almeno una dozzina di interessanti
mappe di leys in Inghilterra, molti dei quali associati con misteri collegabili
al fuoco. Secondo Arnold esiste una “linea di fuoco” (così ama chiamarla)
lunga circa 650 km che tocca cinque città dove si verificarono ben
dieci casi di misteriosi fuochi. Ma non basta. Sempre in queste zone si sarebbero
verificati eventi di combustione spontanea, con una frequenza per lo
meno sospetta. A corroborare la sua tesi cita quattro casi di combustione
umana spontanea verificatisi fra il 1852 e il 1908. Harrison è convinto che il
misterioso fenomeno della combustione umana sia da ricondursi a una bizzarria
della mente. Una sorta di corto circuito, in cui la mente in qualche modo
influenza il corpo, inducendolo a caricarsi di un potenziale elettrico assolutamente
anomalo. La risposta potrebbe trovarsi in ciascuna di queste due
ipotesi, oppure, come sostiene qualcuno, in una combinazione di ambedue.
 
CAPITOLO 56.
I RE DEL MARE DEL 6000 A.C.

Le mappe che contraddicono i testi di storia.
Nel 1966 Charles Hapgood, professore di storia della scienza, provocò un
certo scalpore pubblicando un libro dall'interessante titolo Maps of thè Ancient
Sea Kings. Il motivo di tante scintille accademiche stava nel fatto che
Hapgood riteneva di dover spostare molto più indietro nel tempo la nascita
della civiltà, rimandandola in tempi non canonici, vale a dire non condivisi
dalla Storia ufficiale. Uno degli asserti più straordinari diceva che, 12.000 anni
or sono, quando gran parte dell'umanità era ancora composta da cacciatori
non stanziali, abili e intrepidi uomini di mare solcavano indomiti le acque
dell'oceano Atlantico. Hapgood diceva di essere approdato a quelle conclusioni
non sulla base di fantasiose congetture o immaginazioni, ma come logico
risultato di approfonditi studi eseguiti su antiche mappe disponibili da secoli.
La storia era iniziata nel 1956 quando un cartografo di nome M. I. Walters
dell'Ufficio idrografico della Marina americana, era stato oltremodo interessato
da una mappa presentata presso il suo archivio da un ufficiale turco. Si
trattava di un documento molto antico: era infatti datato all'anno 919 del calendario
musulmano, corrispondente al 1513 del tempo cristiano. Era soprattutto
una mappa relativa all'oceano Atlantico, dove compariva una parte dell'Africa
settentrionale, dal Marocco alla Costa d'Avorio e l'intero Sudamerica.
Ogni dettaglio era raffigurato con i corretti valori di longitudine, un fatto
a dir poco eccezionale, se si pensa che alcune mappe coeve erano quasi ridicolmente
ingenue e spoglie. (Una delle mappe medievali più diffuse al tempo
raffigurava l'Italia attaccata alla Spagna, mentre in un'altra l'Inghilterra
era disegnata come una grande teiera). Anche per essere stata redatta nel
1513 quella mappa era comunque una rappresentazione a dir poco eccezionale
del Sudamerica. Ma la cosa più notevole era il disegno dell'Antartide, un
continente scoperto soltanto nel 1818. In aggiunta, la singolarità della mappa
era ulteriormente esaltata dalla segnalazione della dorsale atlantica, una striscia
di rilievi montuosi che si sono potuti scoprire solo in anni recenti grazie
all'uso di macchinari moderni e sofisticati come il sonar, inducendo a credere
che al tempo dei redattori della mappa tali catene non fossero pertanto
sommerse dalle acque.
Stando alle informazioni, il redattore originale della mappa era stato un pirata
turco, certo Piri Re'is (la parola Re'is significa ammiraglio), decapitato
nel 1554. Era il nipote dell'ancor più famoso pirata Kemal
Re'is, ed aveva tenuto per qualche tempo l'alta carica di governatore dell'Egitto. Secondo
quanto lo stesso Piri Re'is aveva tramandato, era riuscito a ottenere quella
mappa utilizzandone altre venti, fra cui una redatta da Cristoforo Colombo e
altre provenienti dalla biblioteca di Alessandria d'Egitto, distrutta dagli Arabi
nel 640 d.C.
A dire il vero la mappa di Piri Re'is era nota sin dal 1929 quando era stata
scoperta negli archivi del Museo Topkapi di Istanbul. Una copia era anche
conservata presso la Biblioteca del Congresso. Ciò nonostante, nessuno ci
aveva mai fatto caso. Walters decise allora che avrebbe posto rimedio a una
tale dimenticanza e si sarebbe dedicato allo studio della preziosa testimonianza.
Per prima cosa l'aveva mostrata all'amico il capitano Arlington
H. Mallery, un esperto di navigazione, ritiratosi da poco in pensione e tutto
dedito allo studio di antiche cartine nautiche. Mallory era riuscito a farsi
dare in prestito la mappa. Quando l'aveva restituita aveva anche stilato una
lista di osservazioni e commenti a dir poco sconvolgente. Non solo la parte
più meridionale delle terre tracciate era senza dubbio il continente antartico,
ma, cosa ancora più singolare, la mappa era stata tracciata quando quelle terre
non erano ancora state sommerse dai ghiacci. La cosa, ovviamente, sembrava
assurda. Perché al tempo di Alessandro il Grande l'Antartide era già ricoperta
dai ghiacci e l'ultimo uomo che poteva averla vista senza risaliva a
parecchie migliaia di anni prima, molto prima che sulla Terra comparisse la
più antica fra le civiltà di mare. Delle due l'una: o le navi di coloro che avevano
tracciato la mappa solcavano già i mari quando la maggior parte dell'umanità
viveva ancora nelle caverne, oppure - ipotesi altrettanto rivoluzionaria
- chissà quando, il territorio antartico ospitava una fiorente civiltà i cui
geniali creatori erano stati gli artefici di quella e di altre mappe trasmessesi
nel tempo, di copiatura in copiatura, fino all'epoca di Alessandro.
Naturalmente queste osservazioni avevano suscitato grosse controversie,
che Hapgood aveva attentamente seguito. Ma la questione della mappa di
Piri Re'is lo affascinava in modo speciale, perché supportava alcune altre
sue conclusioni relative al movimento della crosta terrestre, teorie che avrebbe
poi espresso ampiamente in un famoso libro edito nel 1958 intitolato
Earth's Shifting Crust. Il punto da cui Hapgood aveva fatto partire le sue
considerazioni erano le misteriose ere glaciali, ancora oggi un fenomeno che
la scienza non sa spiegare. Hapgood era convinto che per un ignoto motivo
l'intensità della luce solare varia da epoca a epoca. Le calotte polari si
conformavano in modo squilibrato e questo influiva sul movimento di rotazione
del pianeta, allo stesso modo in cui una ruota sbilanciata e fuori quadro
incomincia a vibrare quando prende a girare. Questa oscillazione, dice
Hapgood, era la causa dello scivolamento dei ghiacciai e con essi delle placche
tettoniche planetarie che li sostenevano. Questo gigantesco movimento
provocava terribili sconvolgimenti lungo tutta la crosta terrestre. Secondo
Hapgood l'ultima volta in cui tutto questo si era verificato era stato fra i
10.000 e i 15.000 anni or sono. Prima, il continente antartico era di quasi
4000 km più vicino all'equatore che non oggi e vantava una temperatura accettabile.
L'introduzione del libro porta la prestigiosa firma di Albert
Einstein, il quale non ha timore di affermare che le teorie del
professor Hapgood meritano la massima attenzione.
Quando Hapgood era venuto a sapere delle osservazioni fatte da Mallery a
proposito della mappa di Piri Re'is, non si era tanto preoccupato di verificarne
la genuinità, quanto piuttosto di incentivarne uno studio serio e approfondito.
A questo scopo aveva organizzato un gruppo di studenti del Keene State
College del New Hampshire e li aveva incaricati di studiare a fondo alcune
mappe antiche, compresa quella di Piri Re'is.
La prima sorpresa fu che quel genere di mappe erano conosciute col nome
di portolani - le stesse, in pratica, usate dai marinai medievali (il vocabolo
sta a significare “da porto a porto”) - erano note agli studiosi e per questo
nessuno aveva posto attenzione su di esse, anche se in alcune si potevano osservare
cose notevoli, come, per esempio, la segnalazione dell'isola di Cuba
ben prima di quando Colombo vi era approdato nel 1492. Il passo successivo,
pertanto, era stato riconoscere che i portolani erano documenti precisi,
che vantavano una accuratezza simile alle carte moderne. Era davvero strano
come le mappe realizzate dai disegnatori da terra risultassero così poco ricche
e dettagliate, mentre quelle ottenute dai cartografi marini erano, all'opposto,
precisissime.
Un'altra constatazione che Hapgood aveva fatto era che A. E. Nordenskiold,
un luminare nel campo le cui opere erano state divulgate nel 1889, era arciconvinto
che i portolani del XV e del XVI secolo si basavano senz'altro su
mappe molto più antiche, risalenti a secoli prima di Cristo. Uno dei fondamenti
su cui si basava Nordenskiold per queste asserzioni era che il grande
geografo e astronomo Tolomeo, attivo in Alessandria attorno al 150 d.C.,
aveva realizzato mappe di gran lunga inferiori in accuratezza ai portolani medievali,
pur avendo a disposizione il materiale della più grande e ricca biblioteca
del mondo allora conosciuta. Come era possibile, dunque, che normali
cartografi medievali, usi a lavorare in modo approssimativo, fossero riusciti
a superare la genialità di Tolomeo? Semplice: potevano disporre come
guida di mappe precedenti.
Gli argomenti che Hapgood porta a sostegno delle sue teorie sono quelli derivati
dalle ricerche dei suoi studenti e, a essere sinceri, sono argomentazioni
troppo tecniche da poterle riferire, anche solo in sintesi, in queste pagine.
Una cosa risultava comunque sicura: anche se Piri Re'is proclamava di essere
ricorso a tutta la sua abilità nel confrontare la bellezza di venti mappe per
arrivare alla sintesi della sua, a tratti le aveva sovrapposte in modo improprio,
in altri aveva mancato addirittura la sovrapposizione. Per esempio, mentre
aveva disegnato il Rio delle Amazzoni due volte gli erano sfuggiti quasi 1500
km di costa. Il problema stava nel verificare come mai si erano verificati questi
errori.
Uno, per esempio, poteva ascriversi all'astronomo greco Eratostene, il primo
scienziato a calcolare le dimensioni della Terra con grande accuratezza.
Egli sapeva che il 21 giugno a mezzogiorno il Sole si rifletteva in un certo
pozzo della città di Siene, lungo il Nilo, e che in quel preciso istante le torri
non gettavano ombra, mentre questo invece si verificava ad Alessandria.
Aveva quindi intuito che per venire a capo del suo problema, proprio in quel
giorno, 21 giugno, non doveva che misurare la lunghezza dell'ombra determinata
da una torre nella città di Alessandria e calcolare l'angolo formato dai
raggi solari. Il valore desunto era stato di 7 gradi. Conoscendo la distanza che
separava Siene da Alessandria a questo punto poteva valutare facilmente
quante miglia occorressero per coprire i 360 gradi di una sfera, quale era per
l'appunto la Terra. Per un lieve errore nella misurazione della distanza Eratostene
aveva abbondato nella valutazione della circonferenza di circa 4,5 gradi,
risultando tuttavia una misurazione straordinariamente valida se la si pensa
ottenuta nel 240 a.C. Hapgood scoprì che se Piri Re'is avesse tenuto conto
di questo errore la sua mappa sarebbe stata decisamente molto più accurata.
Questa, a suo dire, era una prova aggiuntiva che la mappa del pirata turco
si basava per davvero sui modelli greci molto precedenti.
Un altro problema era quello che ha da sempre assillato tutti i geografi: il
fatto di riportare un oggetto rotondo come la Terra su un piano piatto che è il
foglio su cui disegnare la mappa. Oggi i cartografi ricorrono alla “proiezione”
fondata sulla suddivisione in latitudine e longitudine. Ma, da quel che pare,
gli antichi utilizzavano un metodo più semplice. Scelto un centro, tracciavano
attorno un cerchio, quindi lo suddividevano in sedici sezioni, un po' come
ricavare altrettante fette da una torta. Lungo il bordo esterno di ciascuna
sezione costruivano poi alcuni quadrati: un metodo complicato, ma che funzionava
a meraviglia. Il centro originale della mappa di Pili Re'is sta fuori
dalla mappa, ma i calcoli lo indicano in Egitto. In prima ipotesi si era pensato
ad Alessandria, anche se calcoli più accurati rivelano una località posta un
poco più a nord. Ipotizzata la città di Siene, Hapgood aveva - è il caso di dirlo- fatto centro.
Ma questa scoperta già di per sé comportava interessanti implicazioni.
Quando i geografi di Alessandria avevano realizzato le loro mappe - quelle
che contemplavano l'errore di 4,5 gradi - è molto improbabile che andassero
a visitare tutti i luoghi che raffiguravano. Quasi certamente ricorrevano a
mappe ancora precedenti e più vecchie. E queste erano incredibilmente ancora
più precise, addirittura prive dell'errore segnalato. Fatto che, evidentemente,
suggerisce come gli antichi cartografi fossero assai più avanti nella
scienza della mappatura geografica che non i pur bravi Greci.
In effetti, esiste per lo meno un'altra importante osservazione che ce lo fa
desumere. Verso la fine del II secolo a.C. al grammatico greco Agatarchide di
Cnido, tutore di uno dei sovrani Tolomei d'Egitto, venne rivelato che secondo
un'antica tradizione il lato della Grande Piramide - costruita attorno al
2500 a.C. - corrispondeva alla lunghezza coperta da un ottavo di minuto di
grado, vale a dire a una parte infinitesima, ma precisa, della circonferenza
terrestre. (Vale ricordare che il minuto è la sessantesima parte del grado).
Ora, il lato della piramide è pari a 230 m. Moltiplicando 230 per 8 e poi per
60 e infine per 360, il risultato è appena inferiore a 40.000 km, ossia una misura
quasi perfetta della circonferenza del pianeta all'equatore. Certamente, è
possibile che i costruttori della Grande Piramide abbiano agito senza alcuna
consapevole intenzione, scegliendo a caso la lunghezza del lato di base, e che
solo dopo qualche geografo, successivo a Eratostene, abbia scoperto la correlazione;
tuttavia la nostra conoscenza dell'antico Egitto e l'importanza che
gli Egizi attribuivano alla geometria sacra, ci spinge a credere l'esatto contrario,
vale a dire che fossero consci di ciò che stavano facendo, e dunque che
ben conoscessero il valore della circonferenza della Terra sin dal 2500 a.C.
Quando nel 1798 Napoleone invase l'Egitto, uno dei tanti saggi che si era
portato dietro, Edmé François Jomard, dedicatosi con passione allo studio
della Grande Piramide, aveva elaborato alcune significative osservazioni. I
quattro lati della Piramide sono orientati in modo perfetto verso i quattro
punti cardinali - nord, sud, est, ovest. La Piramide dista 16 km dalla città del
Cairo, che si trova alla base del delta del Nilo - così detto per la configurazione
a triangolo che il fiume assume quando sfocia nel mar Mediterraneo -
e se si tracciano le diagonali piramidali si scopre che lo comprendono alla
perfezione. Queste e altre indicazioni rivelano che gli Egiziani erano portatori
di conoscenze estremamente precise a proposito della misurazione delle
lunghe distanze e che non procedevano mai a casaccio quando si apprestavano
a tracciare gli allineamenti geografici di qualche nuova significativa costruzione.
Il metro francese vale un decimilionesimo della distanza che separa l'equatore
dal polo. Jomard si convinse che allo stesso modo gli antichi architetti
egiziani erano ricorsi a una unità di misura derivata dalla grandezza della
Terra, nella fattispecie ottenuta dividendo 1 per 261.000.
Indubbiamente, tutto ciò suona per lo meno sorprendente. Come diavolo poteva
una civiltà, per quanto progredita ma completamente dedita all'agricoltura,
conoscere le esatte dimensioni del pianeta? Altrettanto strano è considerare
come questi dati siano stati riscoperti da Eratostene dopo tanto tempo,
anche se dobbiamo ricordare che quando Colombo intraprese la sua spedizione
verso le Indie, il concetto ancora dominante presso la maggioranza degli
studiosi era che la Terra fosse piatta. La conoscenza, purtroppo, è un bene
che si smarrisce con grande facilità.
Studiando la mappa di Piri Re'is, Hapgood aveva fatto un'altra scoperta: le
carte da cui era derivata si fondavano su una distanza lievemente diversa per
la latitudine da quella usata per la longitudine. Come mai? Non è semplice rispondere,
ma intuitivo. Quando ci si trova di fronte al problema di trasferire
una superficie curva sopra una piatta come il foglio da disegno, le linee della
longitudine si fanno via via sempre più corte avvicinandosi ai poli, mentre
quelle della latitudine (dal momento che corrono parallele attraverso il globo)
ne risentono assai meno. Il primo europeo a fare uso di questo metodo proiettivo
fu Gerardo Mercatore nel 1569. Esaminate le antiche mappe, si era reso
conto del sistema e lo aveva abilmente fatto suo.
Da questo Hapgood conclude con fermezza: «L'evidente nozione della longitudine
implica una razza sconosciuta, un popolo di navigatori, con strumenti
di orientamento e misurazione che i Greci neppure si sognavano».
Altrettanto intrigante era la conferma anche da parte di Hapgood delle osservazioni
fatte dal professor Mallery: la costa del territorio oggi noto come Terra
della Regina Maud era stata tratteggiata in assenza di ghiacci. Nel 1949,
grazie all'uso di sofisticate apparecchiature basate sugli echi di ritorno di onde
acustiche, un team misto di scienziati norvegesi, inglesi e svedesi, riuscì a
disegnare la configurazione delle terre nascoste dalla spessa calotta ghiacciata.
Ebbene, la risposta era stata sconvolgente: Piri Re'is aveva disegnato la sua
mappa riportando l'esatta geometria dei territori del continente antartico così
come erano prima che il ghiaccio li ricoprisse, prima cioè dell'era glaciale che
li aveva sepolti, periodo che, come il lettore ricorderà, Hapgood aveva collocato
fra i dieci e i quindicimila anni or sono.
Ma la straordinaria mappa di Piri Re'is non era la sola attentamente visionata
e studiata da Hapgood e dal gruppo dei suoi allievi. Chiesta l'autorizzazione
alla Biblioteca del Congresso, si era visto spalancare davanti agli occhi
una miniera incredibilmente ricca di carte antiche tutte messe a sua disposizione.
Era stato davanti a una di esse, datata 1531, detta di Oronteus Finaeus,
che aveva avuto la sensazione di aver nuovamente messo le mani su qualcosa
di almeno altrettanto esplosivo quanto quella del pirata turco. Vi si poteva
scorgere il polo Sud, particolare decisamente singolare se si pensa che venne
scoperto solo trecento anni dopo. Ma, cosa ancor più curiosa, si trattava della
rappresentazione dell'intera calotta, come fosse stata ripresa dall'alto, con
una raffigurazione molto simile e vicina a quelle ottenute oggi giorno. Per di
più, l'impressione netta era che fosse stata ricavata nel tempo precedente alla
comparsa dei ghiacci: non si scorgevano soltanto la costa della Terra della
Regina Maud e una catena di monti oggi sepolti dal ghiaccio, ma addirittura
dei fiumi che scendevano al mare. Alcuni errori di quella mappa si ripresentavano
puntuali in molte altre coeve, facendo ritenere che quella fosse stata la
base da cui tutte le altre erano poi derivate. La datazione risaliva, ancora una
volta, al tempo di Alessandro Magno. Eppure i carotaggi effettuati nel corso
della spedizione del 1949 dimostravano con assoluta certezza che il polo in
quell'epoca (Alessandro visse dal 356 al 323 a.C.) era già ampiamente ricoperto
dai ghiacci. Ergo, la mappa da cui anche la presunta carta madre era
stata tratta doveva risalire a molto, molto tempo prima.
Ma di quanto era più antica? Sempre i carotaggi di terreno rivelarono che
l'ultimo periodo in cui il polo Sud aveva goduto di un clima accettabile risaliva
a circa seimila anni fa, vale a dire attorno al 4000 a.C., e dunque la presunta
“civiltà antartica” immaginata da Hapgood doveva essere fiorita ancora
prima. In prima battuta, la cosa non pare particolarmente eclatante. L'uomo
navigava e pescava già diecimila anni or sono ed aveva incominciato a
diventare stanziale quasi subito dopo. La città di Gerico - il più antico centro
che il mondo dell'archeologia conosca - venne fortificata fra otto e diecimila
anni fa e i suoi evoluti abitanti facevano uso di piatti di calcare levigato,
visto che non conoscevano ancora la ceramica. La scrittura invece non venne
inventata che attorno al 3500 a.C. a Sumer. Circa 500 anni dopo, l'addomesticamento
di cammelli e asini consentì lo sviluppo, intenso e decisivo, del
commercio. Tornando alla mappa di Oronteus Finaeus essa dimostrava invece
che una sorta di scrittura era già stata inventata 3000 anni prima, dal momento
che risulta veramente difficile immaginare la composizione di una cartina
geografica priva di etichette e riferimenti scritti. Oltre
tutto, la cartografia è una scienza estremamente articolata e difficile che richiede, fra l'altro,
una buona conoscenza della geometria, e le prime conoscenze di questa
scienza datano attorno al 1500 a.C. a Babilonia, vale a dire 5000 anni dopo la
presunta “civiltà antartica” di Hapgood.
La mappa del turco Hadji Ahmed del 1550 (appena quattordici anni prima
della nascita di William Shakespeare) mostra il mondo secondo una proiezione
da nord, come se fosse stato disegnato da sopra il polo Nord. Anche in
questo caso l'accuratezza è a dir poco incredibile. Ma il particolare più interessante
è la raffigurazione dell'Alaska e della Siberia, che sembrano essere
unite. Poiché la mappa presenta una Terra a forma di cuore, con l'Alaska da
una parte della fossetta superiore e la Siberia dall'altra, si potrebbe pensare
che gli antichi disegnatori semplicemente non avessero spazio a sufficienza
per disegnare anche lo Stretto di Bering che divide i due continenti. Non fosse
così, saremmo al cospetto di un fatto eccezionale: sappiamo infatti che un
tempo esisteva un lembo di terra che collegava queste due parti del mondo,
ma parliamo di oltre 12.000 anni or sono.
Ma anche molti altri portolani, addirittura precedenti, mostravano una precisione
descrittiva di alta qualità. Per esempio il “Portolano Dulcert” del
1339 rivelava la buona conoscenza che gli antichi cartografi possedevano
dell'attuale territorio che va da Galway al bacino del fiume Don, in Russia.
In altri ancora si vedeva il mare Egeo pullulante di isole che oggi non ci sono
più - forse sommerse dallo scioglimento dei ghiacci - la parte meridionale
della Gran Bretagna, senza la parte superiore della Scozia, con l'indicazione
dei ghiacciai e una Svezia ancora parzialmente ghiacciata.
Una delle scoperte più interessanti fatte dal gruppo guidato da Hapgood è
una mappa della Cina riprodotta, quasi per caso, all'interno dell'opera di
Needham intitolata Scienza e civiltà in Cina, datata 1137 e scolpita nella pietra.
I lunghi studi sulle mappe antiche come quella di Piri Re'is e i portolani
europei, avevano reso Hapgood familiare all'errore della longitudine che già
abbiamo menzionato; ebbene grande era stato il suo stupore quando si era reso
conto che esso faceva capolino anche in quella mappa orientale. Se, dunque,
era nel giusto, anche i Cinesi avevano conosciuto e posseduto le mappe
dalle quale Piri Re'is aveva tratto ispirazione e informazioni per la redazione
della sua.
La cosa confermava la sconvolgente idea che ben prima del tempo di Alessandro
Magno esisteva una avanzata e diffusa civiltà marittima destinata a
scomparire nel momento in cui quella mesopotamica, ritenuta fra le più antiche,
stava compiendo i suoi primissimi passi. Queste sono le ipotesi - ovviamente
contestate da tutto il consesso accademico - che Hapgood sostiene
e propone con grande efficacia nel suo libro all'ultimo capitolo, intitolato
Una antica civiltà scomparsa. In queste pagine finali, Hapgood osserva come
l'umanità moderna abbia dovuto attendere fino al XVIII secolo prima di
sviluppare un metodo affidabile di calcolo della longitudine e della circonferenza
del pianeta e fino al secolo successivo per riuscire ad esplorare le terre
dell'Artico e dell 'Antartico. Scrive: «Le mappe indicano che un qualche
antico popolo fu l'artefice di tutto questo». Ma, a un certo momento, questa
civiltà era scomparsa, forse per una catastrofe naturale o forse, più semplicemente,
a causa di un naturale esaurimento, passando nel più totale oblio. Se
essa esisteva davvero nell'Antartico - come, probabilmente nell'Artico -
venne spazzata via dal progressivo ritorno della morsa dei ghiacci.
In definitiva, viene da chiedersi, che cosa significa tutto questo? Hapgood non
si sbilancia più di tanto; gli basta asserire, con cognizione di causa, l'esistenza
di una gloriosa civiltà marittima capace di battere i sette mari, quando stando
agli storici ufficiali gli unici uomini di mare erano i pochi coraggiosi pescatori
che non osavano neppure allontanarsi troppo dalle coste del Mediterraneo. Ma
altri hanno invece sentito il bisogno, come si suol dire, di mettere i puntini sulle
“i” e le stanghette alle “t”. E così alcuni hanno inteso questa “avanzata civiltà
dell'era glaciale” prevista da Hapgood come una concreta prova dell'esistenza
di Atlantide, immaginata distrutta da uno spaventevole cataclisma; mentre altri
ancora, aggiungendoci un buon pizzico di fantasia, parlano di esseri spaziali
venuti a visitare il nostro pianeta. Si tratta della ben nota teoria detta degli “antichi
astronauti” (vedi il Capitolo 17) diffusa in libri come Il mattino dei maghi
(1960) di Pauwels e Bergier e Gli extraterrestri torneranno? (1957) di Erich
von Dàniken. Pensieri, idee e speculazioni, queste - tra l'altro ulteriormente ribaditi
dal film 2001: Odissea nello spazio - che nell'atmosfera degli anni Sessanta
sortirono sulla scienza lo stesso effetto sconvolgente e devastante registrato
quando negli anni Sessanta del XIX secolo era letteralmente esploso il
movimento dello spiritismo. Nel grande guazzabuglio, non poche ricerche improntate
alla serietà vennero travolte da quelle impostate invece al sensazionalismo.
A poco a poco anche la teoria di Hapgood venne relegata in un angolino
e snobbata dalla maggior parte degli accademici.
Ma il tenace professore covava una bella rivincita. L'uscita nel 1979 di una
edizione rivisitata di Maps of thè Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced
Civilisation in thè Ice Age rivelò a tutti che l'opera e il lavoro di gente come
Hapgood non poteva per nulla confondersi con quella di personaggi per lo
meno dubbi nelle loro affermazioni e che avevano in von Dàniken il capostipite.
Certo, è più che plausibile che alcune argomentazioni proposte
da Hapgood possano rivelarsi infondate e che gli errori di riproduzione degli antichi
cartografi possano aver portato a punteggiare il mare Egeo con isole in sovrannumero,
la parte settentrionale mancante dell'isola britannica, la dorsale
atlantica e l'esistenza del ponte di terra in corrispondenza dello Stretto di Bering.
Tuttavia questo non compromette le sue idee di base. I portolani medievali
mostrano le terre antartiche molto prima della loro scoperta e la precisione
con la quale sono state disegnate suggerisce la quasi certezza dell'esistenza
di mappe molto precedenti e antiche. Forse la singolare coincidenza
fra la tecnica di redazione della mappa cinese del 1137 e i portolani citati è
appunto una mera coincidenza e la “civiltà marittima” diffusa su tutti i mari
non esisteva affatto. Ma sembra pressoché indubbio che le riconosciute civiltà
della Cina e della Mesopotamia, così come le conosciamo, siano state
precedute da un'altra ben più antica, poi sepolta sotto i ghiacci antartici.
Hapgood prova a corroborare la sua ipotesi rifacendosi ad altre testimonianze.
Per esempio, sottolinea che nel capolavoro di Swift I viaggi di
Gulliver (1726) compare la descrizione delle due lune di Marte, che verranno scoperte
soltanto un secolo e mezzo dopo. Hapgood sostiene che Swift altro non
ha fatto che accreditare una «qualche antica fonte» di sapere, senza neppure
prendere in considerazione la possibilità che invece Swift sia stato imbeccato
da quella singolare, ispirata serendipità che così sovente fa capolino nella
storia, nell'arte e nella letteratura. (A questo proposito, ricordo che nel libro
Starseekers ho citato il racconto di Poe intitolato Eureka in cui il grande giallista
anticipa, con una visione quasi profetica, la teoria della nascita dell'universo,
il “Big Bang”, scaturito dall'esplosione di un nucleo primordiale, oltre
alla scoperta anticipata che gli atomi possono scindersi in particelle negative
e positive). Per dirla in altre parole, stiamo praticamente parlando del fenomeno
che Jung ha così sapientemente individuato nel concetto da lui definito
col neologismo di “sincronicità”.
Per non rinnegare del tutto le suggestioni proposte dai sostenitori della ipotesi
degli “antichi astronauti”, Hapgood lascia aperta una porta anche a loro,
quando afferma che i portolani possono in effetti sostenere queste supposizioni,
per quanto ardite. Per esempio, la mappa di Oronteus Finaeus sembra
per davvero essere stata tratteggiata grazie a un'osservazione dall'alto e lo
stesso può dirsi di quella attribuita a Hadji Ahmed, dove il mondo è visto dal
cielo, sulla proiezione del polo Nord. La stessa difficoltà vale quando si prendono
in considerazione le celeberrime linee di Nazca, in Perù, riconoscibili
solo se osservate dall'alto; anche se, secondo alcuni, non è da escludere che
quegli antichi popoli sapessero già volare utilizzando primitivi palloni simili
a mongolfiere.
Detto tutto questo, una cosa sembra certa: tutte le prove addotte non sono decisive
(compreso il mistero del Libro di Oera Linda', vedi il Capitolo 25), né
prò né contro le ipotesi di Hapgood. Al contrario, la sua affermazione di base
che prevede la possibile esistenza prima delle civiltà conosciute di un'altra civiltà
marittima del tutto ignota, pare risultare pressoché incontrovertibile.
...
.
...
FINE Parte 8.